lunedì 16 aprile 2018

Perfetta comprensione.




Lei certe volte è sfuggente. Ti guarda, abbozza un timido sorriso, poi torna ad avere la sua espressione di sempre. Tu non riesci a comprendere che cosa le sia passato nella mente in quel preciso momento, perciò tenti una piccola provocazione, una frase impersonale buttata lì, che non significa un bel niente, ma che forse potrebbe anche aprire nuovi argomenti. Lei torna a guardarti, adesso con espressione più pungente, quasi irritata: non ha importanza, rifletti; hai vissuto già almeno cento volte questo stesso momento, si tratta di adottare l’atteggiamento migliore che ti sia riuscito in tutti questi casi, e poi mostrarti docile, incredibilmente capace di una grande comprensione.
Una volta lei ti ha raccontato la sua storia, ma a te è sembrata strana, quasi inventata. Che significato ha, rifletti adesso, che ci sia stato un passato insolito, pieno di imprevisti, se poi tutto ti serve soltanto per fare delle facce strane, delle espressioni che appaiono persino poco comprensibili. Però le chiedi ancora di suo padre, non per una tua semplice curiosità, quanto perché vorresti cercare di mettere in relazione i suoi attuali comportamenti con qualcosa che magari giunge chissà, da parecchio lontano. Lei sorride, poi inizia a dirti che lui lo hai visto generalmente poco quando eri più piccola, perché era sempre in giro per lavoro.
Forse già questo è sufficiente pensi; essersi raccontati che certi malesseri non possono che derivare da qualcun altro, dalle scelte di quello, dai suoi comportamenti, da quella dose di cattiveria innata che hanno sempre avuto nei tuoi confronti tutti coloro che davvero contavano per te. Ma lei invece prosegue, dice che avvertiva da subito tutta la sofferenza della mamma, sempre da sola a prendere le piccole decisioni di ogni giorno. Non è facile crescere in un clima di questo genere, spiega poi con voce morbida, perché qualcosa alla fine ti porti dietro anche in seguito, diventa inevitabile.
Volti lo sguardo da qualche altra parte, perché ti sembra una strategia inventata chissà quando soltanto per darsi un tono, per difendere la propria personalità da una realtà che appare ostile ed a cui si cerca di opporre una grande fragilità neppure desiderata proprio da chi parla. Lei appartiene ad una casistica abbastanza consueta, se non fosse che sembra credere davvero a quanto prosegue ad affermare. La guardi, è tutto chiaro, mostri che hai capito, anche se è del tutto un’altra cosa rispetto a quello che lei sta immaginando.
Naturalmente è impossibile impostare un minimo di sensualità in simili frangenti, tanto vale, se un minimo ne ha voglia, lasciarla andare avanti così per conto proprio, limitandomi ogni tanto ad accennare un elemento affermativo con la testa, fingendo di seguire tutto quello che da lei continua a venir fuori, oppure improvvisamente portando ogni problematica su argomenti del tutto secondari, quasi anticipatori della noia e della stanchezza dilagante.
Lei ad un tratto si rianima, dice che abbiamo parlato anche troppo di se stessa, adesso è il caso di colloquiare con maggiore leggerezza, di stare più tranquilli, dimenticare i problemi forti e pressanti che talvolta ci sovrastano. Sono stanco, dico con sincerità. Affrontiamo questa seconda categoria di pensiero in un’altra occasione: per adesso va bene così, ci siamo capiti.

Bruno Magnolfi   

mercoledì 11 aprile 2018

Tutto quasi normale.




Anna dorme nel suo letto coniugale. Anche Francesco, suo figlio, ha spento la luce nella propria cameretta ed ha preso sonno già da un pezzo. È tardi d’altra parte, sono quasi le due della notte anche se Corrado non è ancora rincasato. C'è silenzio dappertutto, anche in strada mentre lui gira la chiave nel portone condominiale. Sale lentamente le scale, entra nell’appartamento, va diretto in cucina, apre un cassetto e senza produrre nessun rumore impugna un grosso coltello, quello più lungo e appuntito che si ritrova tra le mani. Quando entra nella sua camera da letto la vertigine che lo ha preso poco prima gli ha oramai offuscato qualsiasi pensiero. Corrado nell’oscurità non completa guarda per un istante la forma immobile di sua moglie sotto alle coperte, poi affonda il coltello senza più vedere niente.
Lei urla, Francesco corre e spinge le sue mani su ogni interruttore di luce che riesce a trovare, e quando arriva nella stanza fotografa suo padre mentre sta ancora lì, inebetito, fermo con il coltello in mano a riguardare il sangue di sua moglie che sta inondando il letto e tutto il mondo. Corrono i vicini, qualcuno chiama i soccorsi sanitari, altri le forze della polizia. Corrado lascia forse il coltello nelle mani di suo figlio, poi si lascia andare su una sedia e si piega in due  come una persona disgregata. Portano via sua moglie su di una barella, Francesco va con lei nell’autoambulanza, e Corrado poco dopo lo portano via i carabinieri con le manette ai polsi.
Niente da dire, spiegano i vicini: lui era malato, si sapeva ormai da diverso tempo, però sembrava una famiglia così unita che si fa fatica adesso a comprendere un gesto di quel genere. Restano in casa gli agenti per fare tutti i rilievi che adesso sembrano utili, ma non c'è alcun dubbio, la vicenda si presenta con evidente ed estrema chiarezza, ogni gesto compiuto fortunatamente sembra già scritto e controfirmato sul rapporto finale da redigere. Una tragedia, pensa qualcuno tra coloro che restano sul pianerottolo in pigiama o con indosso la vestaglia: chissà mai cosa passa nella testa delle persone quando la pressione diventa insostenibile.
In ospedale il lavoro appare lungo e paziente, la ferita principale da suturare non è certo uno scherzo, ma la donna, pur avendo perduto molto sangue, non è più in pericolo di vita. Francesco, seduto in mezzo al bianco corridoio, oscilla tra un nervosismo incontenibile e una stanchezza estrema: lo seguono due dottoresse del personale medico, che alla fine gli fanno prendere un semplice tranquillante e lo invitano a sdraiarsi sopra una lettiga.
La notizia corre rapida e qualcuno sembra persino incredulo, però sicuramente dicono tutti che c’è una famiglia ormai spaccata che nessuna volontà potrà più ricucire: indipendentemente da cosa sia stato per loro fino a quel momento, perché adesso è totalmente diverso, cambiato definitivamente. Qualche notiziario del mattino forse riporterà in poche righe l’accaduto, si dice; alcuni cittadini nell’apprendere la cosa si sentiranno quasi persi, impietriti nel cercare le motivazioni di fatti di quel genere, ma per la maggior parte probabilmente tutto sarà quasi normale: in fondo c’era addirittura da aspettarselo.

Bruno Magnolfi

giovedì 5 aprile 2018

Prevenuta.




Ci sono delle volte che Cinzia sì astrae completamente da ciò che la circonda. È come se i suoi pensieri prendessero il sopravvento su tutto il resto, ed il  momentaneo isolamento in cui si rinchiude fosse pari ad un breve piacevole viaggio. Non è così questa mattina purtroppo, o almeno niente del suo comportamento avuto nei confronti di Francesco le sembra adesso paragonabile a quello che le sarebbe piaciuto veramente: l’incontro di poco prima è stato per lei del tutto inaspettato, e la domanda secca che lui le ha posto quando si trovavano nel corridoio è apparsa a Cinzia talmente forte ed improvvisa, nonostante fosse assolutamente legittima, da farla sentire quasi una bambina sciocca ed astiosa che cerca di evitare addirittura i suoi doveri principali. Certo, soltanto ora comprende che sarebbe stato un suo compito preciso ancor prima di farsi porre delle domande, iniziare a dare a lui delle spiegazioni sulla sua condotta, anche perché generalmente non è neppure nel suo carattere comportarsi in quel modo così sgarbato, nascondendosi con falsa indifferenza e cercando addirittura di evitare il dialogo, ma lei negli ultimi giorni si è sentita come caduta in un tranello teso dalla situazione stessa, ed anche adesso che si reputa ancora confusa, non si aspettava certo da Francesco una sua così forte presa di posizione, tanto da renderla vulnerabile persino ad un suo sguardo serio e consapevole.
Quando viene suonata la campanella che indica il termine di tutte le lezioni mattiniere, dopo aver radunato i suoi libri ed una volta uscita dall’aula, Cinzia scorre lentamente lungo il corridoio con la testa piena di tutti questi pensieri, e quindi scende per la grande rampa delle scale ottocentesche, fino a ritrovarsi, quando non c'è oramai quasi più nessuno di tutti i suoi compagni di liceo, nel grande androne dell’ingresso principale. Francesco inaspettatamente invece è proprio lì, davanti a lei, quasi sulla soglia dell’uscita, e senza alcun dubbio sta aspettando proprio lei, lasciandola in questo modo del tutto meravigliata già per la seconda volta in poco più di un’ora. Cinzia gli va incontro quasi senza respirare, lui la guarda avvicinarsi; a lei viene quasi da piangere per la strana situazione in cui si è venuta a trovare stupidamente, ma riesce a trattenere quelle lacrime; ed infine dopo appena un attimo escono assieme, senza essersi ancora detti niente.
Ed in fondo non c'è molto da dire: per lei è stato soltanto essersi resa conto all’improvviso che suo padre intrattiene degli affari poco chiari con il padre di Francesco, che l’ha fatta momentaneamente rifuggire da quei profondi sentimenti che continuano a legarla a quelli di Francesco. Spiegarlo adesso certo non è facile, e forse anche per questo Cinzia non si è neanche provata a farlo, però improvvisamente sa che deve affrontare l’argomento, sa che deve dire a lui con estrema sincerità ciò che davvero le passa nella mente. Francesco l’accompagna con lo sguardo basso senza neppure chiederle niente, e lei guarda avanti a sé mentre si prende ancora un po’ di tempo per riflettere e per misurare le parole; infine dice solamente che le dispiace aver tenuto un comportamento così distaccato nei suoi confronti, soprattutto perché avrebbe voluto tanto che le loro rispettive famiglie non avessero alcuna influenza sul quel rapporto così speciale che c’è tra loro due. A me non interessa niente, dice subito Francesco: so che non voglio perderti, non voglio in nessun modo che a noi due ci accada niente che sia estraneo alle nostre volontà, o che ci ritroviamo all’interno di uno strano percorso che magari non dipende né da me e neanche da te. Hai ragione, dice Cinzia, è assolutamente quello che in fondo penso anche io, e ti chiedo scusa per il mio stupido tentennare, se è questo che ti è apparso; ti voglio bene: ma dammi appena un altro briciolo di tempo, e vedrai che riuscirò del tutto a distaccarmi da ogni mia più piccola prevenzione che forse nei giorni scorsi mi ha sfiorato in questa nostra storia.

Bruno Magnolfi

lunedì 26 marzo 2018

Foglio bianco.


          

            Seduto nel suo solito banco scolastico lui si sente bene: appoggia come sempre le palme delle mani sopra a quel piano liscio e semilucido, con le ginocchia che restano appena sotto al ripiano dove tiene i suoi quaderni, ed i suoi piedi dentro alle scarpe da ginnastica che riposano come di norma sopra all’apposito ferro orizzontale di appoggio, ed in quella posizione che si potrebbe dire praticamente ordinaria lui si limita a guardare fisso negli occhi il suo insegnante di turno, mentre quello sta spiegando a tutta la classe qualcosa di estremamente importante accaduto circa duecento anni prima di questo momento. Non vorrebbe distrarsi neppure per un attimo, perché quella lezione gli interessa davvero, anche per tutte le implicazioni che comporta, ma i suoi pensieri tendono continuamente a portarlo lontano da quegli argomenti, come se una strana calamita attirasse tutta la sua attenzione verso altre cose, addirittura contro la propria volontà.
Il futuro è sostanzialmente generico e soprattutto astratto, e ciò che più conta è incamerare adesso tutto quello che potrà servire per affrontare degnamente e con i giusti strumenti anche le stranezze e le variazioni che potrebbero eventualmente presentarsi; Francesco si sente determinato, non ha necessità neppure di concentrarsi troppo per comprendere come stiano preparandosi per lui evidenti momenti di difficoltà, ostacoli ed imprevisti che probabilmente però lo guideranno fino a fortificarsi nelle proprie convinzioni, e di questa certezza lui si sente convinto in questo preciso momento, forse come non si è mai sentito. Non ha certo avuto tentennamenti difatti poco prima, durante la breve pausa tra una lezione e l’altra, proprio nell’affrontare di corsa e senza indugi gli ampi corridoi scolastici di quell’edificio, fino ad arrivare davanti all’aula dove studia Cinzia, per poi velocemente cercarla in mezzo a tutti gli altri compagni, ed alla fine chiederle senza mezzi termini che cosa non stesse andando più tra loro in quegli ultimi giorni. Non posso parlartene qui, ha risposto lei guardando in basso dopo una pausa: vediamoci al solito bar, dopo la scuola.
Francesco si sente comunque già soddisfatto del suo puntare bene i piedi a terra, del suo forte desiderio di comprendere appieno ciò che sta avvenendo, di quel suo mostrarsi fortemente reattivo a certe presunte importanti variazioni, smettendo di sentirsi come nel passato semplice preda passiva di qualsiasi idea malsana fosse passata dentro alla mente di qualcuno. Si tratta di ritenersi una vera persona, questo ciò che pensa da qualche tempo, di provare soprattutto la necessità di conoscere bene gli altri, di ascoltare tutti, di mettere a punto un equilibrio tra se stessi e loro, fino a commisurate la propria personalità con quella di tutti coloro che gli possono stare accanto. Certo, ci sono i suoi disegni che confrontano passo dopo passo ogni suo progredire, con i pensieri riverberati sopra a quei suoi meravigliosi fogli bianchi, perché il suo esprimersi in fondo sta tutto lì, senza bisogno neppure di parole, o meglio semplicemente sottintendendole, proiettando ogni suo più complesso proponimento oltre la semplice indicazione delle frasi. Ma questo non basta, ci stanno altre cose che chiedono una sua precisa presenza.
Ma in fondo forse non ha molta importanza, pensa subito dopo; va bene così: non ci sarà mai per me una reale strada diversa che mi porti verso il confronto con gli altri, se non questo mio immedesimarmi continuo nel segno che la mia matita traccia sul foglio. E’ lì che stanno concentrate tutte le mie ambizioni; è lì dove si annidano i miei pensieri, il resto poi non riuscirò mai a comprenderlo appieno probabilmente, e quindi può anche andare avanti per conto proprio: saprò sempre in ogni momento che ci avrò provato ripetutamente ad essere uno esattamente come tutti, e se mai comprendessi uno di questi giorni di non essere riuscito del tutto nel mio intento, rimarrà per me comunque la carta bianca, pronta ancora una volta per la mia matita.

Bruno Magnolfi

giovedì 22 marzo 2018

Attimi di vantaggio.




Certo che per lui è stato sicuramente un grande sollievo riavere improvvisamente in tasca tutti quei soldi che qualche mese addietro aveva prestato a Corrado, quando già cominciava quasi a disperare di poterli riprendere, perlomeno in tempi celeri. Però al Torrini gli ha anche dato una certa soddisfazione in tutto quel periodo di tempo, tenere il suo collega d’ufficio proprio per la cravatta, poterlo osservare attentamente ogni giorno lasciando che lui abbassasse per primo lo sguardo, sorridere tra sé pensando a tutte quelle difficoltà che sicuramente stava affrontando nel tentativo di rendergli quei suoi quattrini, con l’aggiunta di tutti gli interessi richiesti, e poi poterlo trattare da pezzente, minacciarlo quasi ogni giorno, fargli sentire il fiato sul collo, con la minaccia di metterlo persino nelle mani di qualcun altro. Chissà poi come avrà fatto a rimediarli quei benedetti soldi, si chiede ancora adesso, considerato che nessuno nel giro poteva essere disposto a fargli dei prestiti, questo è forse l’aspetto che ripensandoci a mente fredda lo incuriosisce di più in questo momento. Ma se proprio così come un pollo il Renai è riuscito già una volta a cadere nella rete del gioco d’azzardo, sicuramente prima o dopo finirà per ritrovarsi di nuovo nel mezzo a qualche debito serio, una roba magari che la prossima volta potrebbe veder strangolate tutte le sue aspettative, forse anche di più, e anche più a fondo, questo è quello che pensa il Torrini in questo momento.
Forse in tutto ciò c'è anche una qualche relazione col fatto che il Renai si sia improvvisamente messo in cassa malattia, e che da qualche giorno non si sia più fatto vedere sul posto di lavoro, proprio come se fosse stremato da alcune gravi inquietudini, o magari preoccupato da qualcosa che lo opprime forse ancora più di quel debito ormai praticamente sanato, oppure ammalato davvero, magari davvero impossibilitato a muoversi da casa. Il Torrini gira nel corridoio tra gli uffici e si sente quasi leggero mentre prende da solo un caffè alla macchinetta, forse anche troppo da solo considerato che là in mezzo non ha neanche da incontrare Corrado, neppure per chiedergli qualcosa con la sua solita perfida ironia, come ultimamente si è trovato a mostrargli, come se la sua posizione di privilegio gli permettesse nei suoi confronti qualsiasi cattiveria.
Non è un bell’ambiente la vita in ufficio, lui se ne rende ben conto, almeno tra quei corridoi dove si tratta soltanto di polizze assicurative e quindi dei soldi degli altri; però nessuno di quegli impiegati che lavorano là dentro ha mai chiesto ai suoi colleghi di mettersi in mostra, di far vedere di che pasta si sentono costituiti, come se trascorrere assieme molte ore del giorno fosse sufficiente a sentirsi degli avversari, quasi che colui che bada soltanto al proprio lavoro e a nient’altro non dovesse essere soltanto uno sciocco, un semplice schiavo di un sistema di cui non è riuscito a comprendere appieno neppure il funzionamento, ma anche un nemico, uno che inquina anche la semplice aria con il suo metodo semplice ed estremamente ordinario. Ci vuole furbizia per galleggiare oggigiorno, pensa il Torrini; non sono più i tempi in cui dedicarsi a qualcosa e magari dimenticarsi del resto: bisogna saper interpretare i momenti, essere rapidi a coglierli, e non farsi troppi problemi se si tratta semplicemente di approfittarne.

Bruno Magnolfi


giovedì 15 marzo 2018

Analisi clinica.




All’improvviso lui sente di avere la mente praticamente sgombra da tutti i pensieri che lo hanno costantemente assillato negli ultimi giorni, mentre conservando quasi un’espressione di indifferenza rispetto a tutto rimane seduto da solo sopra quella panchina, nel giardinetto del quartiere sanitario, anonimo ma molto ben curato. È ancora troppo presto per entrare dentro la clinica che si apre proprio di fronte al suo sguardo, per cui riesce ancora a prendere del tempo per sé, guardarsi di nuovo in giro con calma, tentare di rilassarsi al massimo prima di giungere a presentare tutti i suoi documenti sanitari, raccolti con cura dentro una busta di carta gialla semilucida, presso l’ufficio accettazione di quell’edificio, e poi magari attendere insieme a chissà quanti altri il proprio turno per essere introdotto in uno dei tanti studi medici generalmente piuttosto affollati che si aprono lungo quei corridoi, per sottoporsi come previsto ad uno degli esami diagnostici prescritti dal suo dottore oramai da diverso tempo. Immagina già, prima ancora di vederli, i vetri opachi delle porte con quegli infissi freddi in grigio alluminio, e poi l’odore di etere, e quei camici bianchi indosso a tutti gli operatori, per poi avvertire dentro di sé un forte e innegabile senso di estraneità a quell’ambiente, anche se in fondo non sarà forse neppure capace di avere davvero un’opinione precisa su quanto probabilmente si troverà ad affrontare.
Ci sono delle persone senz’altro serie ed indaffarate che trascorrono le loro giornate tra quelle mura, anche se lui molto semplicemente non vorrebbe avere niente a che fare con loro. Se ci riflette gli sembra in ogni caso di essere già oltre la paura del primo momento, come se avesse ormai superato lo scoglio sul quale probabilmente si scontrano tutti: sentirsi un semplice numero, un individuo qualsiasi preso per mano e portato avanti come un bambino alle giostre, rassicurato da semplici lavoratori che per propria esperienza sono oramai immuni ed indifferenti ai dolori degli altri. Si alza, si guarda attorno, forse ha già rinunciato a formarsi una propria opinione, forse vuole soltanto lasciare che tutte le cose assumano da sé le loro conseguenze più logiche, e mettersi nelle mani di gente che conosce perfettamente quale sia il comportamento migliore da adottare per risolvere qualsiasi problema sanitario si trovino stagliato davanti.
Magari qualche risultato finale potrà venire fuori direttamente durante questa stessa seduta, pensa adesso Corrado per la prima volta; ma più facilmente tutto quanto sarà rimandato a dei campionamenti analizzati con calma nei prossimi giorni, e poi tutto quanto sarà inserito dentro a certe nuove buste gialline, dove saranno riportati dei dati e delle sigle a lui incomprensibili, fino a rimandare ogni cosa ad un'unica volta finale, all’incontro più decisivo, durante il quale verrà fatto accomodare davanti ad una scrivania chiara e liscia, e di colpo messo al corrente di tutti i suoi guai. Purché tutto succeda in tempi almeno abbreviati, pensa in questo momento; ed io sarei praticamente già pronto, al punto che posso da ora considerare le cure che mi occorreranno quasi come un normale inciampo nella quotidianità di ogni giorno.

Bruno Magnolfi

martedì 13 marzo 2018

Scelte obbligate.




Lei sta al lavoro. S’impegna, ci tiene a portare avanti bene la sua occupazione, perché vuole sempre far procedere le cose in maniera che nessuno abbia niente da dire. Non importa poi se gli utili della carrozzeria dove si reca ogni mattina quest’anno potranno essere più o meno alti dell’anno passato ad esempio, in fondo sono cose che non la riguardano direttamente; Anna però sa che comunque vada avrà sempre fatto il massimo per quanto le compete, ed ogni volta lei avrà sistemato tutto quello che serve per portare avanti degnamente l’amministrazione di questa piccola impresa artigiana. Il titolare le dice stamani, quando è appena arrivata, di appoggiarsi ad una banca diversa per le ultime ordinazioni dei pezzi di ricambio, e lei lo fa, senza preoccuparsi di altro. Certe volte rimane fino a tardi per adempiere a tutti i suoi impegni lavorativi, ma generalmente riesce a rispettare l’orario previsto dal suo contratto. Oggi per esempio esce all’ora di sempre, così mette a posto gli ultimi registri delle fatture e poi indossa il soprabito, saluta il titolare con un gesto e qualche semplice parola, e poi esce, percorrendo a piedi tutta la breve stradina in fondo alla quale si apre la carrozzeria. All’angolo seguente sulla via principale incontra lui, che subito le sorride, mentre sta tranquillamente parlando con un suo conoscente.
L’altro va via all’avvicinarsi di Anna, e lei allora si sofferma: come va, le chiede subito Andrea. Lei gli sorride a sua volta: tutto bene risponde, soltanto, là dentro, si sente un pochino la tua mancanza. Ti accompagno, fa lui. No, dice Anna: non vorrei che qualcuno ci notasse proprio in questi paraggi. Va bene, fa lui, comunque sono passato da qui soltanto per farti un saluto. Lo so, dice lei, immagino vadano bene le cose col tuo nuovo lavoro. Abbastanza, fa lui, anche se qualcosa mi manca. Ciao, dice lei, ora devo andarmene. Lo capisco, fa lui. Così si stringono la mano per un momento, si lasciano un sorriso malinconico e poi basta, ognuno per la sua strada.
A lei dispiace essere stata un po’ fredda e forse anche parecchio frettolosa, ma non vorrebbe con il suo comportamento dargli qualche speranza. In fondo è stato poco più che un gioco tra loro, e in ogni caso non è successo niente e niente potrà mai succedere. Adesso invece si sente preoccupata per suo marito, che da qualche giorno avverte un dolore in merito al quale il medico ha prescritto degli accertamenti urgenti che tengono tutto in una situazione come sospesa. Corrado peraltro sembra non ne voglia neppure parlare, e si mette lì, rannicchiato in un angolo, come un animale ferito, e non dice niente, neppure qualcosa sui primi risultati delle analisi che sta facendo. Loro figlio poi, sempre più evanescente, sembra neppure ci sia, anche se quando è dentro casa continua a stare sempre sui libri, quasi disinteressandosi di tutto il resto.
Anna rientra nell’appartamento ed avverte subito come una cappa di grave tensione, con le finestre tutte oscurate dalle tendine, ed un silenzio interno quasi opprimente. Non importa, pensa lei, tutte le cose sono destinate a passare, a scorrere per forza di cose verso giornate migliori: suo marito guarirà anche dal suo evidente sconforto, suo figlio troverà la maniera di essere maggiormente socievole e anche di sorridere, e lei si sentirà una di queste volte più sollevata, capace di essere ancora contenta di quella vita che in fondo si è scelta.

Bruno Magnolfi 

martedì 6 marzo 2018

Strada di casa.




Smettila, adesso fermati, dice lei al bambino che continua a correre intorno al tavolo della cucina e lungo il corridoio dell’appartamento, ridendo e facendo ogni poco degli urletti insensati, forse per tenere lontano qualcosa dalla sua mente. Fuori pioviscola, la giornata appare lunga e anche vuota, e l’andamento malinconico del tempo non sembra però essere così negativo come dicono alcuni. Il bambino poi si ferma, si siede, dice che è stanco in questo momento. Apre un libretto di figure che da un po’ di tempo porta sempre con sé, ed inizia a seguire per l’ennesima volta la storia di due orsetti che se ne vanno a spasso per vari luoghi.
La vicina di casa gli dice con tono calmo e pacato che tra non molto tornerà la sua mamma per riportarlo nel suo appartamento al piano inferiore, e che sarà meglio per lui non farsi trovare affaticato, altrimenti potrebbe anche arrabbiarsi. Il bambino fa cenno di si con la testa, poi chiede un bicchiere con l’acqua, e alla fine domanda dove sia andata sua mamma e per quale motivo lo abbia lasciato da lei che è soltanto una vicina di casa. Lei lo guarda, gli spiega con modi tranquilli che la mamma aveva da fare diverse commissioni, e in ogni caso lui non deve assolutamente pensare che se avesse potuto portarlo con sé non lo avrebbe fatto senz’altro.
Il bambino non sembra molto convinto, comunque prosegue a guardare il suo libro in silenzio, stringendosi sempre più sulla sedia e disinteressandosi completamente di ogni altra faccenda. Poi inizia a piangere quasi in silenziio, non lo sa neppure lui per quale motivo, e forse neppure vorrebbe saperlo, ma all’improvviso gli sembra che tutto stia prendendo una bruttissima piega, e che anche gli orsetti sul suo librino non trovino più la loro strada di casa. Lei allora si siede al suo fianco, gli mette una mano intorno alle spalle e gli dice che tutte le cose stanno andando benissimo, e che non c’è assolutamente bisogno di lasciarsi intristire solo perché fuori piove e non è possibile fare magari una bellissima passeggiata.
Suona il telefono, la donna risponde subito mentre il bambino si volta verso di lei incuriosito, dando seguito al suo intuito che gli suggerisce ci sia qualcosa che lo riguardi. È la mamma, dice lei guardandolo con un piccolo sorriso mentre tiene una mano sulla cornetta. Lui resta paralizzato. Va bene, dice ancora lei parlando nell’apparecchio; per me non ci sono grossi problemi, però non so come potremmo affrontare le cose, se tu vuoi comprendermi. D’accordo, dice ancora alla fine, naturalmente cercherò di fare del mio meglio. Poi abbassa il ricevitore.
Tutto bene, dice al bambino adesso con un largo sorriso: tra poco possiamo uscire  a comprare qualcosa, così quando siamo dal droghiere si può decidere che cosa mangiare stasera. Dov’è la mia mamma, chiede il bambino. Ha ancora qualcosa da fare, risponde lei; ma forse si può fare finta che lei sia già qui, in questo momento, e che ci lasci decidere proprio a noi due che cosa le piacerebbe mangiare. Possiamo proprio preparare qualcosa anche per lei, e apparecchiarle la tavola, così quando alla fine ci raggiungerà staremo tutti insieme seduti a guardarci contenti, a ridere, a mangiare, a dirci le cose, e a parlare perfino dei due orsi inizialmente sperduti tra le pagine di quel tuo bel libro, ma che adesso hanno sicuramente già ritrovato la strada.

Bruno Magnolfi

venerdì 2 marzo 2018

Ricordo di valore.



No lo so, dice Anna con voce bassa e modi calmi; non mi sono mai ritrovata in una situazione del genere. Forse avrei dovuto prendere fin da subito una posizione precisa, magari farmi sentire, ma non è nel mio carattere mostrarmi troppo, anche se adesso mi dispiace profondamente per quello che è successo. Chiara la guarda in silenzio, sorseggia la sua tisana seduta al tavolo di quel piccolo locale dove loro due si sono sistemate una di fronte all’altra, poi volta lo sguardo verso qualcosa fuori dalla vetrata, come riflettendo su quelle parole che ha ascoltato. No ho cercato niente, fa ancora lei; non avevo bisogno di creare dello scompiglio nelle persone che mi stanno attorno, forse mi sarebbe piaciuto che tutto fosse andato avanti chissà quanto tempo nella stessa esatta maniera di sempre, senza alcuno scossone. Solo adesso mi rendo conto con certezza che non poteva essere così.
Io non mi preoccuperei troppo fossi al tuo posto, dice Chiara tornando a guardarla negli occhi; in fondo non è successo niente di particolare, e la mossa che ha fatto Andrea può essere forse, oltre ad un evidente rilancio nel suo mestiere, anche un’opportunità nella vostra storia. Ma non c'è alcuna storia, dice Anna irritata trattenendo il timbro della sua voce; e poi a questo punto, visto che lui è andato a lavorare in un’officina così distante da questo quartiere, non credo ci saranno in futuro molte possibilità per rivederci. Può darsi, fa l’altra, in ogni caso potrebbe essere qualcosa di più impegnativo per entrambi, adesso che non sembrano esserci più delle occasioni così facili per incontrarvi; qualcosa che non può più capitare per caso, e che al contrario deve essere pensato e pianificato. Esatto, fa lei: io non ho il suo numero di telefono, e non credo proprio che Andrea si arrischi a chiamarmi mentre sono impegnata a lavorare.
Questo non si può dire, fa Chiara; magari proprio quando meno te lo aspetti, eccolo lì che ritorna come niente, e di colpo ti chiede come stai, che stai facendo, e poi che cosa hai pensato di lui in tutto questo periodo di tempo. Va bene, è vero, potrebbe darsi, dice Anna, ma in quel caso dovrò essere perfettamente sincera con Andrea come lo sono adesso, e spiegargli tutto quanto con poche  e semplici parole, esattamente come lo dico a te: e cioè che io gli voglio bene, insomma che mi piace, che mi piacciono i suoi modi, le sue espressioni, ed anche il suo aspetto, ma che ho anche un figlio ed un marito ai quali voglio essere fedele, senza mettere di mezzo situazioni poco chiare; questo è quello che gli direi.
Non credo che tu possa prevedere come andranno davvero tutte le cose, e quanto ti mancherà la sua presenza sul luogo di lavoro da ora in avanti, dice la sua amica. Potrebbe anche essere che lui non si facesse più sentire in nessun modo, e che tu dopo qualche tempo sentissi dentro te stessa una mancanza tale da tentare pur timidamente di ricercarlo, tanto da avere da lui anche un solo semplice segnale, una piccola dimostrazione che tu davvero gli manchi, fino a renderti conto che non sai più stare senza pensarlo. Va bene, fa Anna, voglio dartene atto, anche se dubito molto che questo possa accadere veramente. In ogni caso se Andrea restasse d’ora in avanti solamente nei miei pensieri, per me forse sarebbe persino sufficiente; come un bel ricordo.


Bruno Magnolfi 

martedì 27 febbraio 2018

Coraggio, forse.




Non voglio sentirmi soddisfatto, pensa Corrado mentre staziona in ufficio seduto alla sua scrivania, a quel quarto piano del palazzo delle assicurazioni. Nella tasca interna della giacca c'è quella busta, ne sente la presenza continuamente mentre prosegue a lavorare sul suo terminale. Tra poco sarà l’ora di andarsene per gli impiegati come lui, strisciare nella feritoia della macchina lungo il corridoio la propria scheda elettronica, salutare tutti quanti nell’ingresso al piano terra davanti alla portineria con un semplice gesto oppure con un debole sorriso, e poi come ogni giorno uscire subito dall’edificio, con il suo passo tranquillo, quasi rilassato, come se tutto fosse già perfettamente concluso e sistemato. Niente di diverso da sempre, niente da far notare a tutti quei suoi colleghi, a parte naturalmente il Torrini, già pronto da domani, come aveva minacciato, a passare il suo debito nelle mani di certi suoi amici, se non fosse stato bloccato proprio quest’oggi da quel sintetico biglietto scritto di fretta e lasciato sul piano della  sua scrivania: caffè, dopo il lavoro. Che vuole dire tutto per chi sa, ma assolutamente niente per qualcuno che lo avesse letto per puro sbaglio, e che per Corrado in questo momento rappresenta la liberazione, una grande boccata di ossigeno e di fiducia in sé.
I soldi sono nella busta, neanche uno di meno per quel prestito a strozzo di qualche settimana addietro; adesso lui avrà più tempo per rimettersi completamente in carreggiata. Gli scappa quasi da ridere ripensando a quanto è stato facile trovare un accordo col Baronti: è sufficiente chiedere certe volte, gli diceva sua madre quando era ancora piccolo; certo, se già si cerca di immaginare ogni risposta prima di porre qualsiasi pur semplice domanda, non si va mai molto lontano. Cammina svelto adesso sopra al marciapiede per allontanarsi da lì, ma in seguito rallenta, quindi si ferma ad osservare distrattamente qualcosa, poi però riprende anche se con una lentezza maggiorata. Quando entra nel caffè, lo fa senza guardarsi neppure attorno, come tuffandosi di colpo dalla strada oltre quella porta che trova ora molto accogliente.
Quando arriva il Torrini, dopo appena dieci minuti, Corrado sta già seduto al tavolino sul retro del locale, davanti ad una piccola birra che si è fatto servire; non hanno bisogno di usare molte parole loro due, lui guarda l’altro per un attimo, quindi tira fuori la busta bianca e anonima dalla sua giacca. Le banconote vengono contate in fretta, quasi con indifferenza per non destare curiosità, direttamente tra le ginocchia sotto al piano di quel tavolino, ed il Torrini poi fa sparire velocemente tutto il denaro, gli batte piano una mano sopra al braccio, e quindi si alza per andarsene senza aver avuto proprio un bel niente di cui parlare. Corrado allora lo guarda mentre va via e poi si guarda intorno: impossibile ritrovarsi nel futuro in una situazione di quel genere con il suo collega, pensa quasi imbambolato da quei fatti. Infine si alza, paga la sua birra, se ne va anche lui da quel locale, col solo desiderio di raggiungere in fretta la propria abitazione e di non pensare più a niente almeno per tutta quanta la serata.
Ma un piccolo dolore lo prende quando è già in vista del palazzo dove abita: un’uggia, una noia leggera non meglio localizzata che lo accompagna in quegli ultimi passi con qualche fitta leggermente più forte fino al suo appartamento. Entra in casa rispettando un perfetto silenzio, muovendosi peraltro con grande lentezza, quasi con titubanza, poi saluta sua moglie con un gesto privo d’enfasi, e un’espressione seria e di leggera sofferenza, per poi infine dirle soltanto: non sto bene, proprio mentre sente mancare l’appoggio di una gamba, accostandosi perciò con una mano alla parete, subito prima di sedersi. Resta lì, fermo, praticamente immobile mentre Anna continua a chiedergli qualcosa senza ricevere risposta: lui sa che a breve dovrà rendere i soldi anche al Baronti, non può certo interrompere in questo momento il suo lento e graduale ritorno alla normalità, non potendo peraltro rischiare neanche per sogno che arrivi fino ai suoi e a chi lo conosce la notizia terrificante di quei suoi sordidi e meschini affari che ha messo in piedi ultimamente. Magari si sente un po’ da solo in questa fase, forse addirittura oltre come mai si sia sentito fino a questo esatto momento, però sa perfettamente cosa ci sia da fare per lui da ora in avanti, dovendo almeno affrontare tutto quanto ciò che lo aspetta con grande coraggio e convinta determinazione.  

Bruno Magnolfi

mercoledì 21 febbraio 2018

Realistico.




L’impressione iniziale è quella di un vago profilo di ragazza dallo sguardo quasi severo, disincantato, di chi sa piuttosto bene cosa fa e cosa si prepara ad affrontare, senza per questo minimamente abbattersi, senza grandi paure, lasciandosi catturare nell’attimo preciso in cui solleva il suo interesse dai libri sui quali ha appena finito di studiare, ed osserva qualcosa avanti a sé lungo una direzione prospettica lontana, verso il futuro insomma, non quello suo del tutto personale, non verso ciò che magari le potrà succedere direttamente a lei negli anni a venire, ma verso il  futuro pur nebuloso e incerto di tutta la sua generazione.
Un progetto anche troppo ambizioso per un semplice disegno, però sicuramente anche il tema più importante e significativo che si può respirare tra i muri di un edificio scolastico. Cinzia ne ha parlato un pomeriggio con Francesco, e lui sfumando sulla carta qualche tratto incerto con una matita morbida ha cercato di dare un senso abbastanza preciso a quella idea di fondo. Lei non ne è convinta però, e forse neanche lui: troppo semplicistica, le dice mentre sorseggia un’aranciata davanti al tavolo del solito localino nei dintorni del liceo.
Mi pare stupido disegnare una figura che rappresenti tutti, dice lui, però non saprei come superare questo scoglio. Potrebbe essere una persona precisa, una di noi scelta tra le classi e le sezioni, con tanto di nome e cognome, fa lei, così potrebbe rappresentare maggiormente se stessa pur rimanendo una come tutti. E magari trovarne una con evidenti difetti, in modo da non lasciare proprio alcun dubbio, dice lui con ironia. No, non funziona, aggiunge poi; dobbiamo riflettere meglio, travate il dettaglio giusto che riesce ad interpretare il nostro pensiero di fondo, sempre che si voglia intraprendere davvero questo lavoro.
Così, quasi per scherzo, loro due hanno deciso di andare a parlarne con il loro preside, e la mattina seguente mentre come sempre sono a scuola, chiesto naturalmente il permesso agli insegnanti, si sono ritrovati di fronte a quella porta un po’ imperiosa, a cui hanno bussato con una certa titubanza, finendo per essere veramente ricevuti. Il preside del liceo è una persona apparentemente buona, un uomo che ascolta sempre gli altri e difficilmente assume un’espressione contrariata, anche se il suo ruolo sicuramente non è facile. Ha detto che l’idea è senz’altro ottima, sicuramente da sostenere, anche se, ha spiegato: non sono queste le cose che mi aspetto da voi studenti. Ci vorrebbe qualcosa di inclusivo, ha detto alzandosi da dietro la sua scrivania; un gioco, una festa, un concorso di idee, insomma un progetto che coinvolgesse proprio tutti, che facesse sentire ognuno come un importante piccolo ingranaggio nel motore principale della nostra scuola, piuttosto che qualcosa finito e realizzato da due come voi, senz’altro preparati, ma che purtroppo non sono tutti gli altri.
Cinzia e Francesco sono rimasti un attimo in silenzio, quasi perplessi; poi si sono alzati, hanno ringraziato, salutato, ed alla fine sono usciti dall’ufficio. Nel corridoio lei ha detto subito che il loro disegno e soprattutto la loro idea va comunque portata avanti, e lui senza guardarla si è sentito di annuire senza aggiungere nient’altro. Poi sono rientrati ognuno nella propria classe.

Bruno Magnolfi


venerdì 16 febbraio 2018

Possibile sorte.




Non ci devono essere ritardi nella consegna, gli fa lui; e l’altro operaio che fino adesso ha cercato di accampare qualche motivo per prendersi un po’ più di tempo, all’improvviso abbassa la testa e poi ricomincia a lavorare su quell’auto già parzialmente smontata. In carrozzeria è tutta una questione di giusto tempo, né troppo né poco: le macchine non possono stazionare là dentro chissà per quanti giorni, perché il posto all’interno viene subito a mancare, e comunque i tempi fisiologici per quanto riguarda ad esempio la stesura delle vernici con la relativa essiccazione, non possono essere certo ridotti. Andrea sa valutare piuttosto bene questi parametri, ed in questo segue fedelmente il titolare dell’officina che è sempre prudente quando comunica le date di riconsegna delle vetture ai suoi clienti.
Poi saluta i ragazzi e va via come tutti gli altri dipendenti alla fine della loro giornata di lavoro. Ci sta bene là dentro Andrea, non ha dubbi, però da un po’ di tempo sta pensando sempre più spesso di cercare un’altra carrozzeria dove andare a lavorare. Non lo ha detto a nessuno, forse non ci vuole neppure pensare troppo seriamente, però sa che è così, che andrà a finire così, perché non riesce più a lavorare sentendo altrove la propria testa. Lei è troppo vicina, in quell’ufficio di là dalla porta coi vetri, ed Andrea certe volte non riesce quasi a distogliere lo sguardo da Anna, è diventata come una calamita che lo attrae continuamente.
Non c'è niente tra loro, probabilmente non ci potrà mai essere niente, e forse proprio per questo è doveroso per lui dare un taglio a tutte le cose. Ha deciso, non ne parlerà preventivamente con nessuno, prenderà semplicemente degli accordi con qualche altra officina, con la sua esperienza nel settore non ci dovrebbero essere problemi, e poi uno di questi giorni consegnerà una semplice lettera di dimissioni proprio nelle mani di Anna, la loro ragioniera da sempre. Si giustificherà dicendo a tutti che il nuovo titolare gli ha offerto uno stipendio più alto, o delle condizioni di lavoro migliori, oppure che a lui ogni tanto piace cambiare, e nella nuova azienda gli è stato offerto di rivestire il ruolo di capofficina.
Qualcuno avrà da ridire, magari si chiederanno ulteriori spiegazioni, si proverà in ogni modo a farlo tornare sulla sua decisione, ma alla fine tutti si dovranno piegare a quella che evidentemente è proprio la sua volontà, compresa anche Anna, che probabilmente in quel giorno se ne rimarrà nel suo ufficio senza dire un bel niente, comprendendo perfettamente i motivi e la nobiltà di un gesto del genere. Presto si dimenticheranno l’uno dell’altra, e non ci sarà più niente da dire su quell’argomento, e dopo un tempo infinito forse si rincontreranno per caso, ed allora potranno sorridersi con maggiore libertà, e magari decidere di vedersi qualche volta per bere assieme qualcosa dentro un caffè.
E così Andrea potrà ancora dire che ha fatto proprio di tutto per dimenticarla, per non pensare più ad Anna; salvo rendersi conto che forse questo non era del tutto possibile.

Bruno Magnolfi



mercoledì 14 febbraio 2018

Punta di matita.




Lo ha visto andare via, Cinzia. Stava compilando gli ultimi esercizi di matematica nella camera al piano superiore, ed ha gettato distrattamente uno sguardo dalla finestra verso il giardinetto davanti alla sua casa, proprio nell’attimo in cui il signor Renai con la mano sul cancello si è voltato a salutare. Allora lei dopo qualche minuto è scesa, è andata da suo padre che nel frattempo era rientrato nel suo studio, e con tutto il riguardo e la cortesia possibili gli ha chiesto sorridendo una qualche spiegazione. E’ un assicuratore, oltre ad essere il padre di un tuo compagno di liceo, le ha detto corto il signor Baronti; è venuto fino qui soltanto per propormi una nuova polizza. Certe volte il mondo è piccolo, le cose paiono imbrogliarsi in un momento, ma è sempre meglio avere le idee piuttosto chiare su quanto ci succede attorno.   
Francesco a scuola il giorno seguente non ha proprio saputo neanche spiegarselo, però in fondo del mestiere di suo padre lui non conosce praticamente quasi nulla, ha soltanto visto qualche volta da fuori il palazzone delle assicurazioni che si erge lungo il viale, dove sa che lui va a svolgere ogni giorno le sue mansioni di impiegato insieme a chissà quanti altri. Certo, che i loro genitori adesso abbiano cominciato quasi a frequentarsi, anche se soltanto per ragioni sostanzialmente di lavoro, potrebbe essere qualcosa di antipatico, ma nonostante tutto questo secondo lui senz’altro non potrà mai cambiare niente nel loro rapporto e in loro due. Per Cinzia invece qualcosa sembra si sia messo di traverso, anche se non saprebbe spiegare il motivo esatto di questa sensazione negativa che sta provando.
Così poi sono usciti assieme nel pomeriggio, ed hanno fatto il solito giro lungo le strade del centro per parlare e scambiarsi delle idee. Mi pare tutto così strano, ha detto Cinzia ad un certo punto. Se tuo padre lavora dentro ad un palazzo pieno di uffici, non capisco proprio per quale motivo debba andare al domicilio di un cliente. Non lo so, ha risposto Francesco, ma ciò che credo importante è che in fondo tutto questo non riguarda niente di noi due. Ti voglio bene, ha detto allora lei senza guardarlo, per me non sei soltanto un amico o un semplice compagno di liceo. Lui è rimasto in silenzio, ma un’emozione forte e improvvisa lo ha raggiunto agli occhi fino a farlo quasi lacrimare. Lei gli ha preso la mano infilando delicatamente la propria nella sua tasca del giubbotto, Francesco l’ha subito stretta e si è sentito bene, come mai era stato.
Lungo il corso sono entrati in un caffè, si sono seduti ad un piccolo tavolo in disparte e si sono guardati per un po’. Lui ha tirato fuori una matita, e su un tagliolino di carta ha sbozzato rapidamente l’espressione di lei, i suoi occhi, il suo sorriso. Avevano voglia di abbracciarsi, ma a nessuno dei due veniva in mente di volersi spingere con rapidità troppo in avanti. Così hanno bevuto semplicemente un succo di frutta a mezzo, poi sono usciti e Francesco ha deciso di riaccompagnarla fino davanti alla sua abitazione. Potremmo lavorare insieme ad un grande disegno, le ha detto d’improvviso, qualcosa da appendere in seguito magari nel corridoio principale della scuola se il preside ce lo permette, e a lei l’idea è subito piaciuta molto. Perciò si sono dati appuntamento per il giorno seguente, portando già le proprie idee ed anche i progetti da confrontare, ancora prima dell’inizio della realizzazione vera e propria dei bozzetti.

Bruno Magnolfi  

giovedì 8 febbraio 2018

Verso casa.




Anna cammina per strada, è da sola, non ha nessun posto preciso verso dove dirigersi, però prosegue in avanti, un passo dietro l’altro, con la mente sufficientemente leggera. Va tutto bene, è un bel pomeriggio, Andrea stamani con una scusa le è andato vicino, le ha soltanto sorriso, ma questo gesto è stato più che sufficiente per farle apprezzare il senso migliore della sua giornata. Non ci sono grandi obiettivi da raggiungere, non c'è da immaginarsi chissà quali sorprese per il futuro, le cose vanno per il loro corso così, senza grossi tentativi da fare.
Sua madre tanti anni fa le aveva detto che ogni giornata va sempre presa con leggerezza, senza mai affrontare troppo seriamente i piccoli fatti che possono accadere. Anche di fronte alle difficoltà bisogna pensare che tutto prima o dopo si sistema, le spiegava certe volte, basta avere una buona dose di pazienza. Lei adesso però non sta più bene come una volta, e non ha semplicemente un piccolo problema da superare: sente ogni tanto un malessere dentro la testa che giorno dopo giorno la sta come consumando, senza che riesca a fare praticamente nulla per alleviare quel piccolo dolore che prova. Non è neppure Andrea il suo problema, niente affatto; piuttosto è quello che lui, neppure volendo, solamente con qualche sguardo e qualche parola dolce detta ogni tanto di nascosto sul posto di lavoro dove si incrociano, le ha fatto facilmente comprendere, senza bisogno di altro.
Con suo marito le cose non vanno, questo è il punto essenziale: loro sono ormai troppo distanti, non c’è più affiatamento, praticamente nessun momento di intimità. La loro è ancora una famiglia, ma lo è soltanto di facciata, anche se soprattutto c’è il loro figlio da crescere, ma per il resto si è formata poco per volta una vera distanza tra lei e Corrado, qualcosa che per molto tempo Anna non ha voluto neanche vedere, e che in questo momento le appare invece persino troppo evidente. Comunque non vanno prese decisioni affrettate, le cose poco per volta troveranno una propria direzione, questo le suggerirebbe sua madre, e lei è disposta assolutamente a seguire questo consiglio, anche se la sua serenità è quasi compromessa.
Chissà quante donne vivono le sue stesse difficoltà, chissà in quante famiglie persiste una condizione del tutto simile alla sua. Lei prosegue a camminare, a guardare dritto avanti a sé, quasi indifferente a tutti coloro che le passano vicino. Potrebbe esserci addirittura Andrea dietro le sue spalle, oppure persino suo marito, tanto si sente a disagio: si trova sempre più smarrita e in difficoltà se solo prova a pensare a cose del genere; addirittura le sembra che le sue stesse caviglie non siano più capaci di tenerla bene sui piedi, perciò sente la necessità di fermarsi, di riprendersi almeno per un po’, anche se tutto appare così difficile. Vacilla, alla fine, si blocca un momento come per aver dimenticato qualcosa, poi riprende a camminare, ma più lentamente.
La solitudine, ecco cosa sente adesso nei propri piedi, anche se a lei non riesce facile allontanarsi da tutti: si è isolata, non riesce a parlare con nessuno di queste sue cose, così può soltanto permettersi di pensarle. Infine torna a fermarsi, si appoggia per un attimo al muro, si sente sfiancata, si tocca con la mano una caviglia ed infine con grande coraggio si volta: no, non c'è nessuno dietro di lei, nessuno che la possa giudicare per quei suoi insoliti comportamenti. Ed allora può tornarsene a casa adesso, alla fine qualche respiro più profondo l’ha fatto, ha provato senz’altro a riflettere meglio, è riuscita a capire magari qualcosa di più in tutto quanto, e da questo momento perciò può riprendere ad essere quella di sempre.

Bruno Magnolfi

venerdì 2 febbraio 2018

Malesseri identici.



Non mi sono mai posta troppe domande. Generalmente mi rannicchio in un angolo, socchiudo lentamente gli occhi, e poi me ne sto lì a pensare soltanto alle cose che mi fanno piacere. Qualcuno in passato mi ha detto anche che appaio spesso indifferente a tutto, però io credo che la mia sia soltanto una semplice difesa. La vicina di casa, mentre le due donne rimangono ferme una di fronte all’altra sul piccolo pianerottolo, l’osserva a lungo, quasi senza riuscire a trovare le parole per interromperla. Agli inizi le sembrava praticamente impossibile che una persona così riservata come la signora Anna improvvisamente si mettesse a farle delle confidenze di quel genere, proprio a lei che in tutto quel tempo da quando abitano in quella loro palazzina si è permessa di  scambiare appena qualche saluto frettoloso con qualcuno tra tutti gli altri condomini, o al massimo si è lasciata andare con i suoi maggiori conoscenti a qualche breve chiacchierata sulla manutenzione del loro caseggiato e magari sui piccoli problemi di normale convivenza tra le mura comuni. Ma adesso prova dentro di sé quasi un piccolo fastidio.
La capisco, le confessa però alla fine della sua riflessione: anche per me è un po’ così; tengo tutto dentro di me senza far comprendere a nessuno i malesseri che posso provare. In fondo però siamo donne, dobbiamo sempre cercare di tenersi da parte, per poi magari fare noi proprio le scelte più giuste quando alla fine queste contano davvero. Anna ride, non era certo questo l’argomento che aveva affrontato, ma in fondo fa lo stesso, le sue opinioni le ha ben chiare dentro di sé, e poi ha già fatto uno strappo alle sue regole soffermandosi a parlare di se stessa con questa vicina, meglio adesso non rivelarle troppe cose riguardo le sue opinioni, a scanso di equivoci. Vede, le dice ancora: io sono ottimista; credo sempre che tutto vada con certezza a finire nella maniera migliore, proprio come nelle favole per i bambini.
Si, ho capito, ho capito bene, fa l’altra; comunque adesso è meglio che vada perché ho ancora un sacco di cose da fare. Le due si salutano come sempre hanno fatto in tutto quel tempo incontrandosi, ed ognuna fatte le proprie rampe di scala rientra nel suo appartamento. Nella sua cameretta c'è Francesco che studia, Anna si muove piano nelle stanze di casa per non disturbarlo facendo rumore, anche se lui ad un tratto si affaccia alla porta soltanto per osservarla in silenzio con un sorriso, come non faceva oramai da un bel po’ di tempo. Lei va subito verso di lui e se lo abbraccia, senza dire niente: in fondo è un gesto semplice questo, però spesso assume più significati di qualsiasi lungo discorso. Poi ognuno torna alle proprie occupazioni.
Anna adesso si sente una sciocca per aver parlato delle sue intimità con quella vicina, ma aveva assolutamente bisogno di farlo, aveva proprio voglia di dire a qualcuno qualcosa che non aveva mai detto ad anima viva. Forse dentro di sé prova davvero un senso di disagio, magari c'è qualcosa che non va di cui non si è ancora del tutto resa conto. Però parlarne con qualcuno che appena conosci è perfetto, riflette con calma: ti aiuta a comprendere che anche tu sei una persona qualsiasi, una come tante, semplicemente una pedina di questa grande scacchiera, e molto probabilmente ogni malessere vero o presunto che puoi provare è proprio uguale a quello di tutti.


Bruno Magnolfi

mercoledì 31 gennaio 2018

Costruzione del futuro.

         

Perche no, non ci sono problemi, aveva detto in un primo tempo la ragazza a Corrado quando lui le aveva chiesto di fare qualche giorno di vacanza assieme durante quella lontana estate. Si conoscevano da poco, lei stava ancora cercando di dare qualche esame universitario, lui invece aveva appena iniziato a lavorare in una filiale assicurativa tramite qualche vecchia conoscenza messa in campo da suo padre per toglierlo dalla strada. Di fatto appena entrato non aveva alcuna competenza in quell’ambito, e perciò lo avevano piazzato durante quel primo anno ad occuparsi delle tante fotocopie, e poi anche a smistare i fax che giungevano continuamente in quegli uffici, in un’epoca ancora senza rete di posta elettronica. Poi però all’ultimo momento lei si era tirata indietro accampando qualche scusa, e Corrado c’era rimasto piuttosto male, tanto che aveva provato ancor più forte quel senso di solitudine che mai sembrava abbandonarlo.
In seguito non aveva neppure più visto quella ragazza, non si erano proprio neppure cercati loro due, e così lui si era ritrovato parecchie volte a trascorrere delle serate in un bar vicino casa, a guardare insieme ad altri la televisione comune nella saletta, o a fare qualche partita ad un biliardino elettronico. Spesso in seguito aveva raccontato in giro ai ragazzi di una tizia che lo aveva proprio fregato, amplificando a dismisura nei suoi discorsi le promesse di un grande futuro insieme a lei e dando anche maggiore risalto al rapporto che c’era stato tra loro in precedenza; di fatto gli piaceva a Corrado mettersi nella posizione di chi veniva improvvisamente trascurato, o di quello che genericamente aveva sfortuna, o anche di colui che non trovava mai le persone giuste che lo comprendessero per come lui era veramente.
Qualche amica di tutti che frequentava il bar rise a gridolini nell’ascoltare le sue storie, fino a quando Corrado smise quasi del tutto di raccontarle così come le sentiva. Poi si fece viva casualmente la ragazza iniziale, e gli disse senza mezzi termini che se voleva rimettersi con lei non ci sarebbero stati troppi problemi. Non durò molto, giusto il tempo di comprendere che lei non era una persona di cui fidarsi troppo, e che adducendo la scusa di non avere mai dei soldi in tasca, di fatto si faceva pagare da Corrado il conto di qualsiasi cosa decidessero di fare. Lui in quel periodo cercò comunque di avere con lei un vero rapporto sentimentale, tanto da farle anche dei regali e parlarle svariate volte della sua difficile infanzia, salvo rendersi conto rapidamente che in questo modo la loro relazione non sarebbe mai andata da nessuna parte.
Si persero nuovamente di vista quando qualcuno disse a Corrado che lei stava frequentando a tempo perso anche qualcun altro, e così lui cambiò giro e non si fece più trovare nei posti dove erano andati insieme per quasi tutto quel tempo. Fu esattamente in quel periodo che iniziò a seguire le corse dei cavalli, ed anche a fare delle scommesse su qualche nome di purosangue di cui sentiva parlar bene nel giro, ma mai delle grosse cifre, giusto qualche piazzato pagato poco però quasi sicuro. Poi conobbe Anna, e allora smise con tutte queste attività, ritrovandosi a trascorrere con lei quasi tutti i momenti che aveva disponibili. Era un futuro vero quello che voleva costruire, anche se nessuno gli aveva mai chiarito bene come si dovesse fare.


Bruno Magnolfi

lunedì 29 gennaio 2018

Grazia irricevibile.



Sono stanca di osservare questo lento disfacimento di tutte le cose, questa quotidianità che spesso semplicemente si autoriproduce, sciupando ad ogni passaggio anche qualcosa di sé, senza comunque mai limitarsi nelle proprie bassezze. Osservo qualcuno che passa fuori dalla mia finestra e so per certo che non c'è proprio alcun significato in questa sfacciata normalità in rotta di collisione con il nulla. Mando avanti le mie cose quasi senza rifletterle, mi muovo dentro la mia casa oramai solo per abitudine, quasi come fossi un automa piegato ad un programma sicuramente stabilito da gente che neanche conosco, del quale solo se riesco almeno per un attimo a non rifletterne a fondo tutti i dettagli, mi sento poi disposta ad accettarne ogni risultato con una maggiore tranquillità, come se tutto fosse davvero determinato soltanto dal mio volere.
Questo dice lei a se stessa davanti allo specchio della sua camera da letto, mentre da sola si guarda con sopportazione preparandosi ad uscire. Vanno comunque allontanate dalla mente le cattive idee, dobbiamo essere positivi, immaginare il giorno seguente sempre migliore di quello appena tramontato, come se il proprio disporsi verso la giornata nuova fosse sufficiente a piegare la realtà in funzione dei nostri desideri. Non c'è catastrofe, non ci sono cambiamenti improvvisi di rotta dentro ai propri piedi, solo queste doverose riflessioni all’interno di un ordinario esistere che nessuno si sogna mai di criticare.
Infine lei esce dalla sua abitazione, si ritrova in strada senza neppure un progetto preciso, soltanto con la voglia di girare a caso, cercando per le vie qualcosa di cui sente con sicurezza dentro sé che non potrà riuscire a trovarne neppure traccia in alcun modo. Ci sono a volte degli scorci di realtà che bussano forsennatamente alla propria fantasia, mostrandosi unici, irripetibili, anche se tutto ciò che si osserva spesso appare così effimero da non meritare più di uno sguardo neppure troppo incantato.
Infine lei trova davvero qualche cosa, forse un odore, oppure un colore nuovo, o magari una diversa prospettiva, ed allora segue quella, come se fosse la vera svolta a cui fino ad un momento prima giurava di non credere, ma che in fondo a se stessa ha sempre un po’ desiderato. Si accende improvvisamente qualcosa tra tutti i suoi pensieri, e forse c’è proprio la salvezza alla fine di una scia di un non so cosa che la porta inesorabilmente verso laggiù, dietro ad un caseggiato anonimo, dove si apre una piccola strada che costeggia un muro. Ma no, non è niente: c’è soltanto un gatto senza padroni che se ne va in giro per conto proprio, pelo lucido di un esemplare dominante indifferente a tutto, e per il resto tutto ciò che c’è lì attorno appare esattamente uguale ad ogni altro particolare che si può osservare in questo scorcio di città.
Non sono io che lo penso, dice lei a se stessa alla fine della strada: sono inevitabilmente queste pietre, queste case, queste facciate di palazzine di periferia che mi indicano la mancanza completa di qualsiasi volontà, come se un riscatto vero e proprio per me come per tutti gli altri non si dovesse proprio mai avverare, neppure in casi estremi, neanche se in diversi individui di un gruppo ben affiatato chiedessimo la grazia riferendoci a qualcuno che sicuramente conta più di noi.


Bruno Magnolfi

mercoledì 24 gennaio 2018

Tranquillità guadagnata.


Signor Baronti, aveva poi detto Corrado a bassa voce approfittando di una pausa in quella piacevole conversazione. Ho bisogno di un piccolo prestito. Lui con calma si era alzato dalla poltrona, aveva appoggiato il bicchiere sul piccolo tavolo, giusto per osservare qualcosa in silenzio, senza neppure tornare a guardarlo: indubbiamente stava riflettendo su quanto c’era da decidere, inutile interromperlo per aggiungere o precisare qualcosa. L’argomento ormai era lanciato, le carte finalmente scoperte, il senso delle cose già definito: il re adesso era nudo.
Fino ad un attimo prima Corrado accarezzava l’idea di alzarsi dalla sua poltroncina ed andarsene al più presto possibile, anche senza chiedere niente. Adesso al contrario si sentiva in una posizione di forza, all’interno di una fase che ne metteva in risalto le caratteristiche con cui era arrivato fin lì, fino a quel punto. Il suo pensiero era che la faccenda poteva apparire conveniente addirittura allo stesso Baronti, semplicemente accondiscendendo alle sue richieste, ed anche lui stesso sicuramente ne era consapevole. Essergli servito su un piatto d'argento il fatto di tenere in pugno in questo modo un misero impiegato delle assicurazioni, trattenendo persino una corsia preferenziale di uscita anche riguardo l’amicizia tra i loro figli era qualcosa che non poteva avere prezzo per un uomo d’affari.
Va bene, aveva detto in effetti; scusi un momento. Era tornato in un attimo con un blocchetto di assegni tra le mani ed aveva scritto in fretta la cifra richiesta, senza neppure porre ulteriori domande. Sapeva perfettamente che in quel modo d’ora in avanti avrebbe tenuto Corrado appeso ad un filo: era sufficiente una sua telefonata alla direzione assicurativa per fargli perdere in un attimo il suo posto di lavoro, e in ogni caso, anche senza giungere a tanto, la sua reputazione in questo modo poteva essere compromessa con poche mosse, e rovinato per sempre un possibile sodalizio tra le loro famiglie, e di conseguenza l’amicizia appena nata tra i loro figli.
Non si preoccupi, aveva detto in fretta Corrado, conservando un certo imbarazzo ma sollevandosi in piedi e prendendo in punta di dita il foglietto già debitamente firmato: un mese o due mi saranno più che sufficienti per rimettermi perfettamente in carreggiata; le riporterò immediatamente in quel momento quanto le devo. L’altro aveva sorriso, forse assommando una leggera ironia, poi l’aveva accompagnato alla porta e gli aveva stretto la mano, guardandolo in faccia ma senza aggiungere niente, ormai consapevole di avere di fronte a sé una persona che non si faceva alcuno scrupolo nello sfruttare le migliori occasioni che gli capitassero a tiro.
Corrado si era fermato un momento appena chiusa alle spalle sia la porta di casa che subito dopo il cancello di ferro pesante del giardino di fronte all’abitazione, ed aveva riflettuto che in fondo non c’era stato niente di male in quanto era accaduto: il Baronti non gli aveva assolutamente chiesto a cosa servissero i soldi, e per quanto ne sapeva poteva anche essere un semplice problema familiare del tutto momentaneo. Perciò lui stesso, senza indugiare neppure su una possibile idea differente, aveva deciso che alla fine tutto gli stava andando per il verso giusto, e che la sua strada adesso era assolutamente spianata per un periodo lineare di ritorno alla tranquillità. E di recupero totale della sua vita di sempre.


Bruno Magnolfi

mercoledì 10 gennaio 2018

Segno di carta.



Fuori dalla mia stanza questi disegni non possono che apparire insulsi, pensa Francesco mentre ne osserva una piccola fila appoggiata in modo casuale sopra la coperta del suo letto. Senza l’intimismo della ricerca che tento ogni volta di inserire in ogni tratto della mia matita, e che forse solo qua dentro ha un senso, tutto sembra perdere velocemente di significato, trasformandosi in un attimo da immagine d’arte ad un qualsiasi scarabocchio. Quando i miei lavori li ha visti il Neri a casa di Cinzia per esempio, nonostante la sua volontà evidente di entusiasmarsi e sostenere le mie cose che osservava per la prima volta, non è riuscito neppure a spiccicare una parola, proprio come se quei cartoncini senza cornice gli risultassero degli elementi a lui completamente estranei, oppure soltanto dei ritratti rappresentanti alcune persone che non conosceva affatto, laddove al contrario aveva davanti semplicemente le facce e le espressioni dei suoi compagni di classe, quegli stessi che si ritrova di fronte praticamente ogni mattina.
Ma è difficile cercare di trasporre l’idea di un carattere che si muove normalmente di fronte a noi, l’interpretazione di una qualche personalità che forse immaginiamo di vedere, come descrivere la caduta della maschera che spesso rimane sopra i nostri visi impegnati nella ricerca spasmodica di apparire sempre diversi da come effettivamente siamo, vergandola semplicemente con una matita sopra un foglio di carta magari a grana grossa. E’ una lettura personale quella che ne viene fuori, e gli altri possono vederci dentro tutt’altre cose rispetto a quelle che avremmo voluto evidenziare.  Per questo, per il rapporto malato tra realtà e trasposizione sulla superficie, l’unico elemento che può emergere poi dal disegno finito è soltanto quella certa sensibilità intimista di chi opera, la stessa che resta poi la più difficile da leggere e da riconoscere.
Per Francesco il punto di osservazione resta l’elemento essenziale con cui guardare tutto, e se fino ad ora si è sentito praticamente sempre da solo nel percorso di acquisizione degli strumenti adeguati per assumere il ruolo che ha scelto, adesso sente che Cinzia gli è vicino, anche se spesso lei non segue del tutto la sua logica. Parlano di queste cose in genere quando si vedono, e certe volte rimangono a lungo anche in silenzio, affinché le parole e le espressioni non intervengano troppo a modificare i loro pensieri. Lei qualche volta sembra entusiasta delle cose che Francesco riesce a disegnare, ma Cinzia è una persona solare, estroversa, che pare appassionarsi facilmente a ciò che stuzzica la propria curiosità, quindi non mostra affatto un giudizio obiettivo e distaccato, e questo è il limite evidente per tutto ciò che tende ad apprezzare.
Però quando lui è da solo di fronte ad un nuovo profilo espressivo, mentre sta cercando la giusta luce da inserire in uno sguardo, o al momento in cui ritaglia le linee opportune con cui si delinea un sorriso lieve, oppure una scolpita faccia seria che mostri prima di tutto un carattere deciso, allora lui sa che quello è soltanto un gioco a due tra sé e la carta, dove non c’è alcuna necessità interpretativa: il segno è quello, e non potrebbe essercene un altro.


Bruno Magnolfi 

giovedì 4 gennaio 2018

Desideri forti.

    

            Dal punto di vista didattico del ragazzo non si può dire niente di male: segue attentamente ogni lezione almeno per quanto riguarda la mia materia, e poi certamente si impegna, è sempre molto preciso, e riesce a trasformare ogni nozione acquisita in un materiale suo proprio, che in seguito ad ogni spiegazione si può facilmente ritrovare anche nelle sue risposte quando semplicemente lo interrogo tanto per conoscere la sua opinione dietro quello sguardo apparentemente assente, anche se è con maggiore facilità che tira fuori le sue idee al momento in cui affronta con energia dei veri e propri compiti scritti, piuttosto che le interrogazioni orali. Anna sorride, è piuttosto soddisfatta di quelle opinioni su suo figlio, almeno a giudicare dai suoi risultati scolastici, però l’insegnante aggiunge subito, come ormai è d’abitudine con tutti coloro che lo conoscono, che di controparte Francesco appare sempre un po’ troppo solitario, non integrato neppure con un qualche piccolo gruppo, tantomeno con tutta la sua classe; forse riesce ad avere soltanto dei brevi contatti con un compagno alla volta, magari solo per qualche chiacchiera del tutto casuale, senza mostrare mai delle reali affinità con gli altri, probabilmente per colpa della sua timidezza che non riesce a superare, o che lo trattiene fortemente come dentro ad un suo mondo.
            Lei alla fine, pur con lo sguardo leggermente intristito, lo ringrazia, stringe la mano anche a quell’ultimo docente con cui ha parlato, e poi esce dalla grande stanza scolastica adibita mensilmente al ricevimento delle famiglie. Non ci si è recata spesso a parlare con gli insegnanti di suo figlio, questo è vero, ma forse perché in passato le sembrava che tenere un comportamento di quel genere sarebbe stato quasi un’ingerenza negli affari di Francesco, e soprattutto perché lui è comunque sempre andato molto bene nei suoi studi, tanto da non far sentire praticamente mai la necessità di quei colloqui sempre un po’ monotoni e forse addirittura sciocchi. Da qualche tempo invece Anna ha finalmente compreso quale forse sia stato il suo più grave errore, ed adesso sta come cercando un aggiornamento più concreto su quanto crede di sapere circa suo figlio, perché improvvisamente si sente pienamente cosciente di quanto la sua età si dimostri davvero piena zeppa di complicazioni. La personalità che Francesco mostra forse è strana, sfuggente, o almeno un po’ particolare, ma non serve a nulla farsene continuamente un cruccio, oppure cercare di spremere se stessi nel tentativo di modificarne l’andamento. Ognuno secondo lei deve essere come è giusto che sia, questo lo ha pensato tante volte, senza che gli altri sulla base di interpretazioni proprie intervengano dall’esterno a ritoccarne il senso o le finalità.
Forse la sua in questo momento è anche la cattiva coscienza di una mamma che negli ultimi tempi si è probabilmente troppo dedicata coi pensieri a qualcosa che non rientra all’interno della sua famiglia, nonostante non abbia fatto assolutamente niente di male. Si sente però in debito verso Francesco, come se lo avesse ignorato o abbandonato per un tempo superiore a quanto poteva essere ammissibile. Vorrebbe sapere adesso qualcosa in più su quanto suo figlio sia davvero riuscito a maturare, questo le sembra il punto essenziale: comprendere meglio il suo comportamento odierno, riuscire ad interpretare ogni tanto almeno qualcuno di quei suoi lunghi silenzi in casa, anche perché se fino ad oggi si è sempre trattenuta dal fargli delle domande dirette, è soltanto per non farlo sentire prigioniero della loro situazione familiare.
Non importa, pensa alla fine come giustificazione uscendo dall’istituto con la facciata grigia e austera: crescerà Francesco, e sempre meglio saprà distinguere da sé ciò che gli serve per proseguire bene la sua esistenza; andrà avanti per conto proprio, con le sue gambe, e avrà dei sogni, delle sicure aspirazioni, ed in seguito un lavoro interessante e forse una famiglia propria, ne sono più che sicura. Sarà improvvisamente grande e uomo fatto giusto uno di questi giorni, pensa lei, quasi senza che la sua mamma se ne sia neppure accorta, ed a quel punto non ci sarà più assolutamente alcun bisogno che io pianga con lo sguardo perso nel vuoto pensando a tutto quello che non sono riuscita a fare per il suo bene futuro, o almeno per spianare al meglio la sua strada, magari concedendogli un sostegno, oppure attivando un dialogo con lui, proprio per cercare di spiegargli con coraggio che la nostra fin da subito è stata sempre e comunque anche la sua famiglia. Sarà davvero se stesso, alla fine della giostra, libero di essere proprio come più desidera.


Bruno Magnolfi