mercoledì 23 maggio 2018

Strade diverse.



Il primo appare stanco, forse svogliato, e trascina leggermente una gamba quasi come se quella autonomamente si rifiutasse di muoversi. Guardandolo con attenzione si vede che il suo è un atteggiamento annoiato, di chi forse farebbe qualsiasi cosa pur di ritrovare un briciolo di quell’entusiasmo che ha di fatto perduto, ma in mancanza di questo non è proprio disposto a preoccuparsi di nulla. Gli altri, chi più chi meno, somigliano a lui in questi suoi atteggiamenti,  anche se a ben guardare si notano delle sottili differenze. Tutto il gruppo nel suo insieme sembra composto da individui tranquilli, soggetti che forse non farebbero del male a una mosca, ma si tratta di trovare come sempre la giusta occasione per vedere come in realtà potrebbero davvero comportarsi.
La prima avvisaglia di una situazione sfuggente si ha quando tutti si fermano in una stradina come per scambiarsi delle opinioni su qualcosa. Qualcuno di loro alza la voce, ma soltanto per dare maggiore importanza a quanto vuol dire, e dopo pochi secondi si apre qualche finestra dai silenziosi caseggiati vicini. Alcuni condomini si limitano semplicemente ad osservarli, invece qualcuno tra questi dice qualcosa per farsi sentire da quel gruppo di perdigiorno, ed altri due o tre si danno appuntamento al portone, tanto per farsi riconoscere come gente che non ha certo paura di qualche stupido vagabondo.
Il gruppo in strada si muove con indolenza, percorre la piccola via normalmente deserta con la medesima lentezza di prima, e quando arriva all’incrocio avverte il richiamo di qualche soggetto che si è spinto fino ad arrivare alle loro spalle, ed adesso senza problemi osserva gli altri quasi con espressione di sfida. Il primo fa cenno a tutti di proseguire senza fermarsi, conservando il suo atteggiamento distaccato e menefreghista, ma qualcuno del gruppo si volta quasi per fronteggiare il gruppo dei nuovi arrivati.
I primi cazzotti arrivano subito, qualcuno tira anche qualche pedata, ma in tutto questo non sembra ci sia la volontà da parte di nessuno di farsi del male. Uno cade a terra ma soltanto perché è scivolato, ed un altro si mette a correre per distogliere l’attenzione di tutti, ma infine si sente nell’aria un po’ chiusa dalle facciate di quelle case, un colpo secco di arma da fuoco.
Ognuno si immobilizza, si osservano reciprocamente le mani di tutti, ma nessuno sembra abbia niente a che fare con quello sparo inquietante, sempre che invece non sia stato un semplice petardo lanciato da una finestra per l’iniziativa di un buontempone. Ognuno riprende lentamente ad occuparsi dei propri interessi, quello che era malamente caduto si rialza in fretta e riguadagna l’appartenenza al suo gruppo, i residenti di quella via tornano verso le proprie abitazioni. Ma proprio in questo momento un nuovo sparo sembra trafiggere l’aria, ed uno del gruppo lancia un urlo reggendosi un braccio. E’ stato colpito, dicono gli altri, così in un momento si disperdono tutti andandosi a rannicchiare nei luoghi più nascosti che trovano attorno. Frettolosamente si nascondono ognuno in un luogo diverso, e sentendosi ancora un po’ sotto tiro ciascuno di loro cerca soltanto di salvare la propria pelle, fino a quando il ferito semplicemente chiarisce che nel brusco movimento fatto per la paura del colpo un muscolo gli ha provocato un crampo ad un braccio, dolorosissimo. Si scopre in questo modo che gli spari erano davvero petardi, e quando qualcuno inizia a ridere di tutta questa situazione creatasi, gli altri subito lo seguono, iniziando ad andarsene con una certa cautela e  poco alla volta, ognuno comunque per la sua strada.


Bruno Magnolfi


giovedì 17 maggio 2018

Identici.




Non fanno più caso a coloro che regolarmente tendono a scambiarli uno per l’altro, anzi, generalmente sono disponibili senza correzioni a rispondere ognuno a nome del proprio fratello gemello pur di non tornare nuovamente a chiarire quello che sembra essere il dubbio principale di chi gira attorno alle loro giornate. Sorridono sempre con una stessa identica espressione, e spesso mostrano come di essere già oltre certe sciocchezze, e di avere ormai maturato negli anni una logica del tutto inattaccabile. Per il resto fortunatamente si possono incontrare insieme quasi sempre, visto anche che costituiscono una piccola società per la quale riescono a svolgere uno stesso mestiere, e persino quando si recano fino al solito caffè per una pausa, lo fanno come fossero due bravi amici, parlando e scherzando con tutti senza alcuna preoccupazione, lasciando che ognuno tra coloro che incrociano tragga le proprie indiscutibili conclusioni su chi sia veramente l’uno e chi l’altro.
Il loro abbigliamento certe volte mostra a chi li frequenta di meno qualche indicazione ulteriore, ma si è dato il caso, più di una volta, di averli visti indossare una stessa giacca prima ad uno dei due, ed in seguito all’altro. Marco, gli dicono, e quello si volta quasi a dare soddisfazione a chi crede di aver indovinato la persona giusta. Ascolta tutto come sempre, forte della sua invidiabile pazienza, annuisce quasi per incoraggiamento, fino a quando viene fuori per un qualche motivo che in realtà lui è proprio Mario, anche se non è interesse di nessuno dei due chiarire la loro identità esatta. Anche in casi di grande evidenza loro due si scherniscono, fino a confondere completamente le idee in chi hanno di fronte.
Ognuno ha la propria famiglia, questo è chiaro, ed abitano in due appartamenti attigui di un caseggiato del centro, tanto che certe volte si vedono perfino a sera tardi, direttamente sul pianerottolo condominiale, giusto per scambiarsi sottovoce le ultime opinioni su qualche questione di lavoro e cose del genere. Le loro soddisfazioni sembrano sempre una spanna oltre tutti, ed i loro modi di essere appaiono precisi per quello che sono: due inseparabili a cui piace più di ogni altra cosa scambiare reciprocamente la propria esistenza. 
Vista la loro somiglianza perfetta nessuno è mai certo di avere di fronte un preciso gemello dei due, ma in tutti i casi forse non è poi molto importante, neppure per tutti quelli che dicono di conoscerli bene. Sentirli parlare tra loro è quasi un piacere, considerato che hanno dei modi di abbreviare e storpiare le proprie espressioni in maniera tale da farle apparire chiare solamente a se stessi. La fusione tra i due appare perfetta nel momento in cui parlando con qualcuno iniziano e finiscono vicendevolmente tutte le frasi che adoprano, quasi fosse soltanto una bocca sola a dire le cose. Nessuno li ha mai visti litigare tra loro, ma forse soltanto perché conservano una personalità riservata e un’empatia superiore.
Certe volte qualcuno per vedere cosa succede li chiama, usando soltanto uno dei due nomi personali piuttosto che il loro cognome; è come un discrimine quel piccolo richiamo, quasi che proprio da lì si potesse valutare qualsiasi variante apprezzabile: naturalmente i gemelli si voltano insieme però, in una sintonia che in ogni occasione lascia tutti i presenti senza alcun dubbio.

Bruno Magnolfi





mercoledì 16 maggio 2018

Luce diretta.


           

            Sta zitta lei in certe occasioni; abbassa lo sguardo e si limita ad osservare una cosa qualsiasi che le rimane vicino, come le zampe di una sedia, per esempio, oppure anche la punta delle sue calzature. Se le si chiede qualcosa in questi momenti lei alza le spalle come per spiegare che non sa di cosa si parli, o che non sa rispondere, oppure che proprio non le va di parlare. Non c’è molto da recriminare in quei casi per chiunque cerca di comprendere in qualche modo quel suo disagio così delicatamente evidenziato, anche se certi atteggiamenti che assume in altre situazioni sembrano quasi di una persona del tutto diversa.
Difatti quando poi decide di parlare lo fa quasi sempre usando dei termini strani e delle frasi sconclusionate che sembra non portino mai da alcuna parte, anche se definiscono piuttosto bene la sua fantasia visionaria. Descrive in fretta qualcosa di incomprensibile, sprazzi di realtà che sembra non abbiano mai alcun senso. E poi parla di un uomo, di un’immagine centrale che forse possiede stampigliata nella mente, e che sembra soltanto lei riesca a vedere, pur mostrando che in mezzo alle sue parole non abbia proprio niente di divino come forse si potrebbe immaginare, visto che le sue spiegazioni definiscono soltanto un uomo qualsiasi, probabilmente qualcuno che lei stessa ha conosciuto una volta indietro negli anni, chissà quando, e che adesso comunque finge di ricordare piuttosto bene, tanto da elevarlo a personaggio meraviglioso.
Fanni, le chiedono a volte nell’istituto; chissà quanto tempo è passato dall’ultima volta che hai visto il tuo amico. Lei rimane immobile per qualche attimo, probabilmente colpita dal riferimento diretto, poi dice a modo suo che non è poi trascorso molto tempo. Era qui, forse ieri, non so. Mi ha toccato la mano, c’era la luce, c’era il sole, io sorridevo. Insieme, mi ha detto, nient’altro. Non so, qualcosa del genere, da qualche parte, con lui; volevo andarmene, lui si è voltato, si, io ho preso le mie cose, poi ho rinunciato. Si rideva, lui scherzava: però insieme, mi ha detto. Va bene, sono pronta, gli ho fatto. Si è girato, e anche io, ma forse era tardi, poi basta. 
Inutile insistere, il bisogno di andarsene è una costante naturale non soltanto per lei tra quelle mura, ed immaginare da parte di molti là dentro un personaggio che aiuti ad andarsene via è altrettanto normale; ma questa donna aggiunge spesso qualcosa di suo, si spinge più avanti: si era lontani da qui dice, giusto ieri; il sole scaldava, lui diceva cosa guardare. Stavo bene, si era contenti. C’era il sole nelle stanze, lo seguivo, non importava più niente.
Torna a casa sua qualche volta, ad intervalli regolari, per stare insieme con la sua famiglia, accanto a chi continua a volerle del bene. Buffo vederla andare via, con la sua espressione assente, le braccia a riposo lungo i fianchi e le sue immagini di sempre probabilmente dentro ai suoi occhi. Potrebbe cancellare tutto, solo volesse, tornare svagata, priva dei sogni e di quell’immagine d’uomo che a volte sembra addirittura riesca a perseguitarla. Ma lei guarda in basso, la punta dei suoi piedi, sta zitta a lungo, per un tempo vuoto ed indefinito, poi mormora qualcosa, come tra sé: il sole, con me e con lui, illumina le stanze. Non tornerò; starò per le strade, insieme, piene di luce.

Bruno Magnolfi

giovedì 10 maggio 2018

Fissazioni.




Prosegue in genere per tutto il giorno a correre da ogni parte e ad occuparsi di tutte quelle cose minute che sente dentro di sé come attività per lei non rinviabili proprio mentre le passano vorticosamente come sprazzi di colore davanti agli occhi o dentro la testa. E’ come se addirittura l’occuparsi senza fermezza di quelle semplici quotidianità, mettendole una dietro l’altra in maniera spesso nervosa però molto attenta, le procurasse quasi la salvezza dell’anima, concedendole forse almeno nei suoi pensieri e nelle speranze un futuro di qualità superiore rispetto a questo presente che adesso le scorre davanti; e proprio mentre sta in mezzo a tutti quei piccoli impegni che forse per gli altri potrebbero apparire magari delle sciocchezze qualsiasi, lei sente con le sue mani come si stesse dedicando ai fondamenti stessi di tutto il suo esistere, composto da minuti elementi a suo giudizio però importantissimi.
Quando rientra nel suo piccolo appartamento dove abita ovviamente da sola, dopo una mattinata monotona trascorsa in ufficio, è come se lei fosse perfettamente cosciente di avere soltanto perso del tempo fino a quel momento, e di avere di fronte improvvisamente l’ambita possibilità di recuperarne almeno una parte dedicandosi con tutta se stessa alle pulizie della casa, al lavaggio accurato dei panni, e alle tante piccole cose che chiunque al suo posto troverebbe del tutto naturali, ma che lei affronta con una dedizione ed una accuratezza persino maniacali. Qui sta tutta la grande differenza: scandagliare ogni angolo nascosto alla ricerca ulteriore di polvere, lavare più volte cose che appaiono già più che pulite, spostare tutti i soprammobili ricollocandoli perfettamente in dei punti esatti, e così via, fino a dedicarsi minuziosamente anche al suo corpo davanti allo specchio: le mani, il viso, i corti capelli. 
Quando torna ad uscire di casa, lo fa per andare a girellare negli stessi negozi che di solito frequenta: acquista una cosa qui, un’altra lì, e così via, convinta che ciascuna bottega abbia una sua propria specialità da offrirle, e non altre. Qualcuna tra quelle poche conoscenze che la frequentano, sorride con garbo alle sue fissazioni, evitando comunque di dirle in maniera diretta che il suo comportamento appare spesso del tutto incomprensibile. Non c’è niente di male, le sue attività non coinvolgono nessuno, la sua solitudine va a disvelarsi ogni giorno in quello che a suo parere è l’elemento fondamentale della realtà: rendere tutto migliore.
Certe volte però si abbandona al niente assoluto; pur sapendo che molte cose intorno a lei non sono adeguate al suo pensiero, lascia per qualche momento che tutto rimanga com’è, cercando di ritrovare le energie che in quei casi sembra le vengano a mancare. Poi tutto ritorna con naturalezza ad essere come ogni giorno, e spinta da un profondo senso di colpa lei ancora riprende ad occuparsi di tutte quelle cose che forse nei suoi pensieri ha tralasciato per un tempo quasi infinito. Così prosegue da un anno all’altro in questa maniera, ed affrontando con monotonia ogni suo impegno alla fine di ogni giornata si sente meglio, in pace con se stessa, più tranquilla insomma. Visto soprattutto che forse i suoi interessi più profondi non potrebbero riversarsi su nient’altro, e che lei non riuscirebbe mai ad essere diversa.

Bruno Magnolfi   

sabato 28 aprile 2018

Atomismo di Democrito.


          

            Spesso la ragazza si annoiava, seduta ogni giorno al bar del bagno Orchidea, uno stabilimento come alcuni altri appollaiato sulla riva sabbiosa di quel mare calmo e piacevole come sembrava spesso mostrarsi durante quell’estate. Quando al pomeriggio arrivavano diversi ragazzi a ridere e a scherzare forse le cose andavano un po’ meglio anche per lei, che comunque si limitava a guardarli e a sorridere ogni tanto, anche se alla fine tutto quanto durava sempre poco per riuscire davvero nell’impresa disperata di innalzarle quel morale sempre troppo basso, tanto che la sua voglia di divertirsi così sopita nelle sue espressioni, pur manifestata in ognuno di quegli attimi apparenti, sembrava poi svanire presto, come in un lampo. Lei dopo poco tornava difatti come a cercare con lo sguardo qualcosa su quell’orizzonte proprio di fronte, sempre incantata da quel chiarore immobile del sole e anche di quell’aria tersa di brezza semplice e leggera. Lui l’aveva notata già in altre occasioni, anche se non la conosceva, e guardandola ogni volta in gran segreto comprendeva che c’era un magnetismo nei suoi modi che non poteva certo riuscire a disconoscere, anche se la sua timidezza non lo portava assolutamente a farsi avanti.
            Poi lui parve disinteressarsi dei comportamenti di quella enigmatica e ombrosa ragazza per un periodo di tempo lungo forse più di qualche giorno, come se lo stallo verificato già nelle poche volte che loro due si erano incontrati da lontano, gli desse la sicurezza che qualsiasi avvicinamento non potesse portare mai da alcuna parte. Così si sedette quasi svogliatamente, appoggiando il mento quasi imberbe sopra le mani dalle dita ben intrecciate tra di loro, e senza mai guardarla, complice il locale quasi vuoto, disse ad alta voce che avrebbe voluto tanto andarsene via da quelle giornate senza alcun significato, ma lo fece come parlasse praticamente da sé solo. Lei allora sottovoce gli chiese qualcosa, forse soltanto per educazione, e lui tardò tantissimo nella risposta, quasi per mostrare che se parlava lo faceva come attivando una sorta di monologo, non certo per tentare uno stupido abbordaggio nei confronti di una ragazza pur della sua apparente stessa età.
            Si incamminarono insieme, poco dopo, lungo la battigia, scorrendo lentamente a piedi scalzi le bave d’acqua che giungevano da chissà dove sulla sabbia, lasciandosi concedere ad ogni onda pur debole e piccola, quella piacevole sensazione di risacca data dai frammenti di pietra levigata che si muovevano con l’acqua per conto proprio sotto ai loro corpi, come rispondendo alla spiegazione di una filosofia lontana che denotava il mondo fatto tutto di atomi, di particelle minute e tutte identiche. Lui perlopiù parlava di se stesso, evitando di porre a lei delle domande dirette che sarebbero potute risultare anche antipatiche, e lei si agganciava a quei suoi insoliti argomenti elaborando i medesimi pensieri con delle riflessioni adatte, o giustapposte, spesso vicine.  
I loro corpi andavano evidentemente l’uno verso l’altro, era innegabile, anche se i loro differenti pensieri restavano spesso agganciati alla mestizia del perseguire giorni inutili, vuoti di interessi veri, forse troppo lusinghieri soltanto agli innamoramenti usuali e monotoni di qualsiasi estate. Andarono avanti per parecchio tempo comunque, anche oltre la stagione calda, anche parlandosi per lettera, fino a rendersi conto d’improvviso che quei granelli di sabbia così effimeri apprezzati tra le dita dei loro piedi nudi durante quei brevi giorni di vacanza al mare, sarebbero probabilmente rimasti sempre identici, inamovibili davvero, del tutto indifferenti a qualsiasi loro scelta di futuro. Si persero, come era inevitabile, ma soltanto perché incapaci di produrre una colla tale da far tenere i loro pensieri ancora assieme, come la stessa sabbia, primordiale e sciolta.

Bruno Magnolfi

giovedì 26 aprile 2018

Collina di cipressi.


            

            Sinceramente molto spesso non riuscivi ad essere davvero critico su quanto certe volte poteva giungere d’improvviso alle tue orecchie, forse per colpa dei tuoi semplici tempi di reazione molto riflessivi e normalmente un po’ troppo allentati; così quando l’ingegnere, pur in mezzo a diversi giri di parole che ti avevano confuso scaturendo da persona abituata alla trattativa, aveva poi spiegato in fretta quanto all’incirca ti avrebbe elargito ad ogni ora per lasciarti svolgere quei lavoretti che ti chiedeva in cambio, tu non riuscisti proprio ad essere adeguatamente pronto per una risposta forte e negativa come probabilmente avresti voluto, quella che in fondo forse sarebbe stata giusta, anche se in seguito continuasti senza sosta come ad elaborare incessantemente dentro di te, prendendone coscienza con una vaga rabbia montante poco per volta, che per tua sfortuna su quell’argomento che a te continuava a stare tanto a cuore non c’era oramai assolutamente più niente da discutere.    
Gli dovevi tenere pulite le automobili ogni giorno, tutt’e nove, mentre pensavi che erano assolutamente troppe per una famiglia sola, recandoti col tuo maggiolino scassato da studente fuori sede fin dentro al suo parco che con un enorme muro di pietra appariva circondare, abbracciando tutta la collina, un vero castello medievale perfettamente ristrutturato, frequentandone però soltanto gli ampi scantinati giusto per approvvigionamento d'acqua, e anche di spugne, come pure di stoffe e di varie pelli di daino, e poi anche di pennelli e pure di spazzole, con quanto altro serviva per rimuovere in quel paio d’ore o tre che ti avevano concesso, qualsiasi parvenza di polvere residua da tutte le carrozzerie di quelle loro macchine costose ed eleganti. La moglie, alla mano ma con un accento straniero indecifrabile, si affacciava svogliatamente certe volte da una finestra del castello che dava esattamente sull’elegante cortile dal fondo in ghiaia composto da preziosa pietra tonda ed adibito a parco auto, ma  lo faceva, senza aggiungere nulla di personale o neanche per incoraggiarti nel tuo semplice lavoro, soltanto per darti qualche indicazione ulteriore su ciò in cui dovevi occupare in maggiore misura tutto il tuo tempo di lavoro, indicazioni a sua volta avute forse telefonicamente, visto che suo marito durante l’intera settimana non c’era quasi mai, preso da importanti affari internazionali chissà dove.
Lavoravi da solo per tutto il pomeriggio, ma ti ritenevi alla fine piuttosto fortunato, perché certo nessuno privo di giuste conoscenze che ne certificassero una moralità senza alcuna macchia sarebbe potuto giungere fino là dentro al posto tuo. Coincidenze le tue, con ogni probabilità, anche se portavi avanti la tua occupazione senza ribattere mai niente. C’erano i tre figli che ogni tanto incrociavi da qualche parte lungo l’ampio cortile, di cui soltanto due fortunatamente avevano la patente di guida, e che a te veniva quasi spontaneo chiamare signorini, non conoscendo neppure i loro nomi di battesimo, e poi senza voler fare alcuna facile ironia, ma solo per un senso di rispetto che avevi mutuato in qualche modo da qualche pellicola vista al cinema oppure chissà dove.
La distanza era tangibile, assolutamente incolmabile, come quando uno di quei giorni ti venne incontro l’ingegnere in persona parlando in lingua inglese dentro un telefono senza nessun filo, di cui tu fino ad allora non avevi mai neppure sospettato l’esistenza, e poi ti disse con la mano sopra il ricevitore, che dovevi preparargli al meglio la Ferrari, perché aveva un appuntamento di una certa rilevanza, tanto che immediatamente ti dedicasti subito proprio a quella macchina, con tutti i prodotti lucidanti e profumanti che avevi disponibili. Passarono parecchi mesi così, fino ad arrivare a quell’estate, quando tutti si trasferirono alla loro villa al mare. E poi non ti chiamarono mai più. 

Bruno Magnolfi

martedì 24 aprile 2018

Uguale agli altri.




Ho sbagliato penso, anche se già lo avevo immaginato che le cose sarebbero andate a finire in questa maniera. Lui si muove in mezzo ai propri fragili punti di riferimento, anche se è consapevole che sarebbe stato necessario cambiare molti aspetti di tutto il suo ordinario tirare avanti. Ci sono forse gli affetti che formano una pietra miliare in ogni caso. Ma per il resto tutto o quasi sembra spesso senza fondamenta. Non c’è poi nemmeno un errore vero e proprio, se si guardano bene i fatti, eppure diventano basilari nelle sue giornate le piccole dimenticanze, i vacillamenti, le mancate decisioni. Questo è il mio errore più importante, dice adesso a se stesso. 
Certe volte mi pare che qualcosa possa finalmente cambiare, ed allora cerco di mettere tutto l’impegno che posso in quello che faccio. Ma a lui non giunge mai quella piccola spinta fortuita di cui avrebbe tanto necessità, e tutti i suoi tentativi sono destinati a ricadere praticamente nel niente, a lasciare i suoi sforzi privi di qualsiasi risultato. Questo il punto saliente: non riuscire mai ad essere sufficientemente credibile agli occhi degli altri, anche se il suo impegno garantirebbe già molto del suo perseguire alcune strade.
L’errore principale sta tutto dentro di me, dice a volte in modo quasi consolatorio. Lui osserva gli altri, si muove all’interno di perimetri già definiti, e poi improvvisamente cerca il punto di vista che lo porti a vedere le cose in altro modo. Si reca al lavoro, si incontra con i suoi colleghi, cerca di avere insieme a loro un comportamento il più possibile sociale, normalizzante, colmo di cose poco impegnative che lo portino a galleggiare come gli altri.
Sono stufo, dice però all’improvviso. Gli altri lo guardano, pensano tutti che stia scherzando, che non abbia da intavolare cose particolarmente sfuggenti alla comprensione generale, che non sia davvero un altro caso umano da cui iniziare poco per volta a prendere le distanze. Ma lui insiste, dice di essere stanco di questo insulso essere sempre d’accordo su problematiche sostanzialmente insulse, superficiali, prive di significato.
C’è bisogno di allontanarsi per un momento dai luoghi comuni, e guardare le cose con maggiore obiettività. Tutti fanno un passo indietro, non ci si può continuare a confondere con qualcuno che mette in discussione gli stessi fondamentali del nostro stare assieme. Si guardano tra loro, nessuno pensa abbia un piccolo briciolo di ragione, così l’unica strada è tentare di evitarlo, scansare le sue supposizioni, isolarlo con le sue idee strane e malsane, che non porterebbero certo da alcuna parte se mai ci si trovasse a prenderle veramente in considerazione.
Così lui sa di avere sbagliato nuovamente, non c’è alcun dubbio. Dovrà cercare poco per volta di recuperare nei prossimi tempi la credibilità perduta se mai sarà possibile, e sperare che i suoi colleghi, per propria natura simili a lui, siano anche magnanimi nei suoi confronti, tanto da riuscire a comprendere le sue buone ragioni, se non il senso delle sue strane e incomprensibili uscite. Mi impegnerò, studierò, dice lui, fino a diventare proprio come loro, senza più polemiche, senza mai affrontare nel futuro degli argomenti scomodi. Sarò come tutti, una di queste volte, e nessuno avrà più niente da ridire.

Bruno Magnolfi