lunedì 16 aprile 2018

Perfetta comprensione.




Lei certe volte è sfuggente. Ti guarda, abbozza un timido sorriso, poi torna ad avere la sua espressione di sempre. Tu non riesci a comprendere che cosa le sia passato nella mente in quel preciso momento, perciò tenti una piccola provocazione, una frase impersonale buttata lì, che non significa un bel niente, ma che forse potrebbe anche aprire nuovi argomenti. Lei torna a guardarti, adesso con espressione più pungente, quasi irritata: non ha importanza, rifletti; hai vissuto già almeno cento volte questo stesso momento, si tratta di adottare l’atteggiamento migliore che ti sia riuscito in tutti questi casi, e poi mostrarti docile, incredibilmente capace di una grande comprensione.
Una volta lei ti ha raccontato la sua storia, ma a te è sembrata strana, quasi inventata. Che significato ha, rifletti adesso, che ci sia stato un passato insolito, pieno di imprevisti, se poi tutto ti serve soltanto per fare delle facce strane, delle espressioni che appaiono persino poco comprensibili. Però le chiedi ancora di suo padre, non per una tua semplice curiosità, quanto perché vorresti cercare di mettere in relazione i suoi attuali comportamenti con qualcosa che magari giunge chissà, da parecchio lontano. Lei sorride, poi inizia a dirti che lui lo hai visto generalmente poco quando eri più piccola, perché era sempre in giro per lavoro.
Forse già questo è sufficiente pensi; essersi raccontati che certi malesseri non possono che derivare da qualcun altro, dalle scelte di quello, dai suoi comportamenti, da quella dose di cattiveria innata che hanno sempre avuto nei tuoi confronti tutti coloro che davvero contavano per te. Ma lei invece prosegue, dice che avvertiva da subito tutta la sofferenza della mamma, sempre da sola a prendere le piccole decisioni di ogni giorno. Non è facile crescere in un clima di questo genere, spiega poi con voce morbida, perché qualcosa alla fine ti porti dietro anche in seguito, diventa inevitabile.
Volti lo sguardo da qualche altra parte, perché ti sembra una strategia inventata chissà quando soltanto per darsi un tono, per difendere la propria personalità da una realtà che appare ostile ed a cui si cerca di opporre una grande fragilità neppure desiderata proprio da chi parla. Lei appartiene ad una casistica abbastanza consueta, se non fosse che sembra credere davvero a quanto prosegue ad affermare. La guardi, è tutto chiaro, mostri che hai capito, anche se è del tutto un’altra cosa rispetto a quello che lei sta immaginando.
Naturalmente è impossibile impostare un minimo di sensualità in simili frangenti, tanto vale, se un minimo ne ha voglia, lasciarla andare avanti così per conto proprio, limitandomi ogni tanto ad accennare un elemento affermativo con la testa, fingendo di seguire tutto quello che da lei continua a venir fuori, oppure improvvisamente portando ogni problematica su argomenti del tutto secondari, quasi anticipatori della noia e della stanchezza dilagante.
Lei ad un tratto si rianima, dice che abbiamo parlato anche troppo di se stessa, adesso è il caso di colloquiare con maggiore leggerezza, di stare più tranquilli, dimenticare i problemi forti e pressanti che talvolta ci sovrastano. Sono stanco, dico con sincerità. Affrontiamo questa seconda categoria di pensiero in un’altra occasione: per adesso va bene così, ci siamo capiti.

Bruno Magnolfi   

mercoledì 11 aprile 2018

Tutto quasi normale.




Anna dorme nel suo letto coniugale. Anche Francesco, suo figlio, ha spento la luce nella propria cameretta ed ha preso sonno già da un pezzo. È tardi d’altra parte, sono quasi le due della notte anche se Corrado non è ancora rincasato. C'è silenzio dappertutto, anche in strada mentre lui gira la chiave nel portone condominiale. Sale lentamente le scale, entra nell’appartamento, va diretto in cucina, apre un cassetto e senza produrre nessun rumore impugna un grosso coltello, quello più lungo e appuntito che si ritrova tra le mani. Quando entra nella sua camera da letto la vertigine che lo ha preso poco prima gli ha oramai offuscato qualsiasi pensiero. Corrado nell’oscurità non completa guarda per un istante la forma immobile di sua moglie sotto alle coperte, poi affonda il coltello senza più vedere niente.
Lei urla, Francesco corre e spinge le sue mani su ogni interruttore di luce che riesce a trovare, e quando arriva nella stanza fotografa suo padre mentre sta ancora lì, inebetito, fermo con il coltello in mano a riguardare il sangue di sua moglie che sta inondando il letto e tutto il mondo. Corrono i vicini, qualcuno chiama i soccorsi sanitari, altri le forze della polizia. Corrado lascia forse il coltello nelle mani di suo figlio, poi si lascia andare su una sedia e si piega in due  come una persona disgregata. Portano via sua moglie su di una barella, Francesco va con lei nell’autoambulanza, e Corrado poco dopo lo portano via i carabinieri con le manette ai polsi.
Niente da dire, spiegano i vicini: lui era malato, si sapeva ormai da diverso tempo, però sembrava una famiglia così unita che si fa fatica adesso a comprendere un gesto di quel genere. Restano in casa gli agenti per fare tutti i rilievi che adesso sembrano utili, ma non c'è alcun dubbio, la vicenda si presenta con evidente ed estrema chiarezza, ogni gesto compiuto fortunatamente sembra già scritto e controfirmato sul rapporto finale da redigere. Una tragedia, pensa qualcuno tra coloro che restano sul pianerottolo in pigiama o con indosso la vestaglia: chissà mai cosa passa nella testa delle persone quando la pressione diventa insostenibile.
In ospedale il lavoro appare lungo e paziente, la ferita principale da suturare non è certo uno scherzo, ma la donna, pur avendo perduto molto sangue, non è più in pericolo di vita. Francesco, seduto in mezzo al bianco corridoio, oscilla tra un nervosismo incontenibile e una stanchezza estrema: lo seguono due dottoresse del personale medico, che alla fine gli fanno prendere un semplice tranquillante e lo invitano a sdraiarsi sopra una lettiga.
La notizia corre rapida e qualcuno sembra persino incredulo, però sicuramente dicono tutti che c’è una famiglia ormai spaccata che nessuna volontà potrà più ricucire: indipendentemente da cosa sia stato per loro fino a quel momento, perché adesso è totalmente diverso, cambiato definitivamente. Qualche notiziario del mattino forse riporterà in poche righe l’accaduto, si dice; alcuni cittadini nell’apprendere la cosa si sentiranno quasi persi, impietriti nel cercare le motivazioni di fatti di quel genere, ma per la maggior parte probabilmente tutto sarà quasi normale: in fondo c’era addirittura da aspettarselo.

Bruno Magnolfi

giovedì 5 aprile 2018

Prevenuta.




Ci sono delle volte che Cinzia sì astrae completamente da ciò che la circonda. È come se i suoi pensieri prendessero il sopravvento su tutto il resto, ed il  momentaneo isolamento in cui si rinchiude fosse pari ad un breve piacevole viaggio. Non è così questa mattina purtroppo, o almeno niente del suo comportamento avuto nei confronti di Francesco le sembra adesso paragonabile a quello che le sarebbe piaciuto veramente: l’incontro di poco prima è stato per lei del tutto inaspettato, e la domanda secca che lui le ha posto quando si trovavano nel corridoio è apparsa a Cinzia talmente forte ed improvvisa, nonostante fosse assolutamente legittima, da farla sentire quasi una bambina sciocca ed astiosa che cerca di evitare addirittura i suoi doveri principali. Certo, soltanto ora comprende che sarebbe stato un suo compito preciso ancor prima di farsi porre delle domande, iniziare a dare a lui delle spiegazioni sulla sua condotta, anche perché generalmente non è neppure nel suo carattere comportarsi in quel modo così sgarbato, nascondendosi con falsa indifferenza e cercando addirittura di evitare il dialogo, ma lei negli ultimi giorni si è sentita come caduta in un tranello teso dalla situazione stessa, ed anche adesso che si reputa ancora confusa, non si aspettava certo da Francesco una sua così forte presa di posizione, tanto da renderla vulnerabile persino ad un suo sguardo serio e consapevole.
Quando viene suonata la campanella che indica il termine di tutte le lezioni mattiniere, dopo aver radunato i suoi libri ed una volta uscita dall’aula, Cinzia scorre lentamente lungo il corridoio con la testa piena di tutti questi pensieri, e quindi scende per la grande rampa delle scale ottocentesche, fino a ritrovarsi, quando non c'è oramai quasi più nessuno di tutti i suoi compagni di liceo, nel grande androne dell’ingresso principale. Francesco inaspettatamente invece è proprio lì, davanti a lei, quasi sulla soglia dell’uscita, e senza alcun dubbio sta aspettando proprio lei, lasciandola in questo modo del tutto meravigliata già per la seconda volta in poco più di un’ora. Cinzia gli va incontro quasi senza respirare, lui la guarda avvicinarsi; a lei viene quasi da piangere per la strana situazione in cui si è venuta a trovare stupidamente, ma riesce a trattenere quelle lacrime; ed infine dopo appena un attimo escono assieme, senza essersi ancora detti niente.
Ed in fondo non c'è molto da dire: per lei è stato soltanto essersi resa conto all’improvviso che suo padre intrattiene degli affari poco chiari con il padre di Francesco, che l’ha fatta momentaneamente rifuggire da quei profondi sentimenti che continuano a legarla a quelli di Francesco. Spiegarlo adesso certo non è facile, e forse anche per questo Cinzia non si è neanche provata a farlo, però improvvisamente sa che deve affrontare l’argomento, sa che deve dire a lui con estrema sincerità ciò che davvero le passa nella mente. Francesco l’accompagna con lo sguardo basso senza neppure chiederle niente, e lei guarda avanti a sé mentre si prende ancora un po’ di tempo per riflettere e per misurare le parole; infine dice solamente che le dispiace aver tenuto un comportamento così distaccato nei suoi confronti, soprattutto perché avrebbe voluto tanto che le loro rispettive famiglie non avessero alcuna influenza sul quel rapporto così speciale che c’è tra loro due. A me non interessa niente, dice subito Francesco: so che non voglio perderti, non voglio in nessun modo che a noi due ci accada niente che sia estraneo alle nostre volontà, o che ci ritroviamo all’interno di uno strano percorso che magari non dipende né da me e neanche da te. Hai ragione, dice Cinzia, è assolutamente quello che in fondo penso anche io, e ti chiedo scusa per il mio stupido tentennare, se è questo che ti è apparso; ti voglio bene: ma dammi appena un altro briciolo di tempo, e vedrai che riuscirò del tutto a distaccarmi da ogni mia più piccola prevenzione che forse nei giorni scorsi mi ha sfiorato in questa nostra storia.

Bruno Magnolfi

lunedì 26 marzo 2018

Foglio bianco.


          

            Seduto nel suo solito banco scolastico lui si sente bene: appoggia come sempre le palme delle mani sopra a quel piano liscio e semilucido, con le ginocchia che restano appena sotto al ripiano dove tiene i suoi quaderni, ed i suoi piedi dentro alle scarpe da ginnastica che riposano come di norma sopra all’apposito ferro orizzontale di appoggio, ed in quella posizione che si potrebbe dire praticamente ordinaria lui si limita a guardare fisso negli occhi il suo insegnante di turno, mentre quello sta spiegando a tutta la classe qualcosa di estremamente importante accaduto circa duecento anni prima di questo momento. Non vorrebbe distrarsi neppure per un attimo, perché quella lezione gli interessa davvero, anche per tutte le implicazioni che comporta, ma i suoi pensieri tendono continuamente a portarlo lontano da quegli argomenti, come se una strana calamita attirasse tutta la sua attenzione verso altre cose, addirittura contro la propria volontà.
Il futuro è sostanzialmente generico e soprattutto astratto, e ciò che più conta è incamerare adesso tutto quello che potrà servire per affrontare degnamente e con i giusti strumenti anche le stranezze e le variazioni che potrebbero eventualmente presentarsi; Francesco si sente determinato, non ha necessità neppure di concentrarsi troppo per comprendere come stiano preparandosi per lui evidenti momenti di difficoltà, ostacoli ed imprevisti che probabilmente però lo guideranno fino a fortificarsi nelle proprie convinzioni, e di questa certezza lui si sente convinto in questo preciso momento, forse come non si è mai sentito. Non ha certo avuto tentennamenti difatti poco prima, durante la breve pausa tra una lezione e l’altra, proprio nell’affrontare di corsa e senza indugi gli ampi corridoi scolastici di quell’edificio, fino ad arrivare davanti all’aula dove studia Cinzia, per poi velocemente cercarla in mezzo a tutti gli altri compagni, ed alla fine chiederle senza mezzi termini che cosa non stesse andando più tra loro in quegli ultimi giorni. Non posso parlartene qui, ha risposto lei guardando in basso dopo una pausa: vediamoci al solito bar, dopo la scuola.
Francesco si sente comunque già soddisfatto del suo puntare bene i piedi a terra, del suo forte desiderio di comprendere appieno ciò che sta avvenendo, di quel suo mostrarsi fortemente reattivo a certe presunte importanti variazioni, smettendo di sentirsi come nel passato semplice preda passiva di qualsiasi idea malsana fosse passata dentro alla mente di qualcuno. Si tratta di ritenersi una vera persona, questo ciò che pensa da qualche tempo, di provare soprattutto la necessità di conoscere bene gli altri, di ascoltare tutti, di mettere a punto un equilibrio tra se stessi e loro, fino a commisurate la propria personalità con quella di tutti coloro che gli possono stare accanto. Certo, ci sono i suoi disegni che confrontano passo dopo passo ogni suo progredire, con i pensieri riverberati sopra a quei suoi meravigliosi fogli bianchi, perché il suo esprimersi in fondo sta tutto lì, senza bisogno neppure di parole, o meglio semplicemente sottintendendole, proiettando ogni suo più complesso proponimento oltre la semplice indicazione delle frasi. Ma questo non basta, ci stanno altre cose che chiedono una sua precisa presenza.
Ma in fondo forse non ha molta importanza, pensa subito dopo; va bene così: non ci sarà mai per me una reale strada diversa che mi porti verso il confronto con gli altri, se non questo mio immedesimarmi continuo nel segno che la mia matita traccia sul foglio. E’ lì che stanno concentrate tutte le mie ambizioni; è lì dove si annidano i miei pensieri, il resto poi non riuscirò mai a comprenderlo appieno probabilmente, e quindi può anche andare avanti per conto proprio: saprò sempre in ogni momento che ci avrò provato ripetutamente ad essere uno esattamente come tutti, e se mai comprendessi uno di questi giorni di non essere riuscito del tutto nel mio intento, rimarrà per me comunque la carta bianca, pronta ancora una volta per la mia matita.

Bruno Magnolfi

giovedì 22 marzo 2018

Attimi di vantaggio.




Certo che per lui è stato sicuramente un grande sollievo riavere improvvisamente in tasca tutti quei soldi che qualche mese addietro aveva prestato a Corrado, quando già cominciava quasi a disperare di poterli riprendere, perlomeno in tempi celeri. Però al Torrini gli ha anche dato una certa soddisfazione in tutto quel periodo di tempo, tenere il suo collega d’ufficio proprio per la cravatta, poterlo osservare attentamente ogni giorno lasciando che lui abbassasse per primo lo sguardo, sorridere tra sé pensando a tutte quelle difficoltà che sicuramente stava affrontando nel tentativo di rendergli quei suoi quattrini, con l’aggiunta di tutti gli interessi richiesti, e poi poterlo trattare da pezzente, minacciarlo quasi ogni giorno, fargli sentire il fiato sul collo, con la minaccia di metterlo persino nelle mani di qualcun altro. Chissà poi come avrà fatto a rimediarli quei benedetti soldi, si chiede ancora adesso, considerato che nessuno nel giro poteva essere disposto a fargli dei prestiti, questo è forse l’aspetto che ripensandoci a mente fredda lo incuriosisce di più in questo momento. Ma se proprio così come un pollo il Renai è riuscito già una volta a cadere nella rete del gioco d’azzardo, sicuramente prima o dopo finirà per ritrovarsi di nuovo nel mezzo a qualche debito serio, una roba magari che la prossima volta potrebbe veder strangolate tutte le sue aspettative, forse anche di più, e anche più a fondo, questo è quello che pensa il Torrini in questo momento.
Forse in tutto ciò c'è anche una qualche relazione col fatto che il Renai si sia improvvisamente messo in cassa malattia, e che da qualche giorno non si sia più fatto vedere sul posto di lavoro, proprio come se fosse stremato da alcune gravi inquietudini, o magari preoccupato da qualcosa che lo opprime forse ancora più di quel debito ormai praticamente sanato, oppure ammalato davvero, magari davvero impossibilitato a muoversi da casa. Il Torrini gira nel corridoio tra gli uffici e si sente quasi leggero mentre prende da solo un caffè alla macchinetta, forse anche troppo da solo considerato che là in mezzo non ha neanche da incontrare Corrado, neppure per chiedergli qualcosa con la sua solita perfida ironia, come ultimamente si è trovato a mostrargli, come se la sua posizione di privilegio gli permettesse nei suoi confronti qualsiasi cattiveria.
Non è un bell’ambiente la vita in ufficio, lui se ne rende ben conto, almeno tra quei corridoi dove si tratta soltanto di polizze assicurative e quindi dei soldi degli altri; però nessuno di quegli impiegati che lavorano là dentro ha mai chiesto ai suoi colleghi di mettersi in mostra, di far vedere di che pasta si sentono costituiti, come se trascorrere assieme molte ore del giorno fosse sufficiente a sentirsi degli avversari, quasi che colui che bada soltanto al proprio lavoro e a nient’altro non dovesse essere soltanto uno sciocco, un semplice schiavo di un sistema di cui non è riuscito a comprendere appieno neppure il funzionamento, ma anche un nemico, uno che inquina anche la semplice aria con il suo metodo semplice ed estremamente ordinario. Ci vuole furbizia per galleggiare oggigiorno, pensa il Torrini; non sono più i tempi in cui dedicarsi a qualcosa e magari dimenticarsi del resto: bisogna saper interpretare i momenti, essere rapidi a coglierli, e non farsi troppi problemi se si tratta semplicemente di approfittarne.

Bruno Magnolfi


giovedì 15 marzo 2018

Analisi clinica.




All’improvviso lui sente di avere la mente praticamente sgombra da tutti i pensieri che lo hanno costantemente assillato negli ultimi giorni, mentre conservando quasi un’espressione di indifferenza rispetto a tutto rimane seduto da solo sopra quella panchina, nel giardinetto del quartiere sanitario, anonimo ma molto ben curato. È ancora troppo presto per entrare dentro la clinica che si apre proprio di fronte al suo sguardo, per cui riesce ancora a prendere del tempo per sé, guardarsi di nuovo in giro con calma, tentare di rilassarsi al massimo prima di giungere a presentare tutti i suoi documenti sanitari, raccolti con cura dentro una busta di carta gialla semilucida, presso l’ufficio accettazione di quell’edificio, e poi magari attendere insieme a chissà quanti altri il proprio turno per essere introdotto in uno dei tanti studi medici generalmente piuttosto affollati che si aprono lungo quei corridoi, per sottoporsi come previsto ad uno degli esami diagnostici prescritti dal suo dottore oramai da diverso tempo. Immagina già, prima ancora di vederli, i vetri opachi delle porte con quegli infissi freddi in grigio alluminio, e poi l’odore di etere, e quei camici bianchi indosso a tutti gli operatori, per poi avvertire dentro di sé un forte e innegabile senso di estraneità a quell’ambiente, anche se in fondo non sarà forse neppure capace di avere davvero un’opinione precisa su quanto probabilmente si troverà ad affrontare.
Ci sono delle persone senz’altro serie ed indaffarate che trascorrono le loro giornate tra quelle mura, anche se lui molto semplicemente non vorrebbe avere niente a che fare con loro. Se ci riflette gli sembra in ogni caso di essere già oltre la paura del primo momento, come se avesse ormai superato lo scoglio sul quale probabilmente si scontrano tutti: sentirsi un semplice numero, un individuo qualsiasi preso per mano e portato avanti come un bambino alle giostre, rassicurato da semplici lavoratori che per propria esperienza sono oramai immuni ed indifferenti ai dolori degli altri. Si alza, si guarda attorno, forse ha già rinunciato a formarsi una propria opinione, forse vuole soltanto lasciare che tutte le cose assumano da sé le loro conseguenze più logiche, e mettersi nelle mani di gente che conosce perfettamente quale sia il comportamento migliore da adottare per risolvere qualsiasi problema sanitario si trovino stagliato davanti.
Magari qualche risultato finale potrà venire fuori direttamente durante questa stessa seduta, pensa adesso Corrado per la prima volta; ma più facilmente tutto quanto sarà rimandato a dei campionamenti analizzati con calma nei prossimi giorni, e poi tutto quanto sarà inserito dentro a certe nuove buste gialline, dove saranno riportati dei dati e delle sigle a lui incomprensibili, fino a rimandare ogni cosa ad un'unica volta finale, all’incontro più decisivo, durante il quale verrà fatto accomodare davanti ad una scrivania chiara e liscia, e di colpo messo al corrente di tutti i suoi guai. Purché tutto succeda in tempi almeno abbreviati, pensa in questo momento; ed io sarei praticamente già pronto, al punto che posso da ora considerare le cure che mi occorreranno quasi come un normale inciampo nella quotidianità di ogni giorno.

Bruno Magnolfi

martedì 13 marzo 2018

Scelte obbligate.




Lei sta al lavoro. S’impegna, ci tiene a portare avanti bene la sua occupazione, perché vuole sempre far procedere le cose in maniera che nessuno abbia niente da dire. Non importa poi se gli utili della carrozzeria dove si reca ogni mattina quest’anno potranno essere più o meno alti dell’anno passato ad esempio, in fondo sono cose che non la riguardano direttamente; Anna però sa che comunque vada avrà sempre fatto il massimo per quanto le compete, ed ogni volta lei avrà sistemato tutto quello che serve per portare avanti degnamente l’amministrazione di questa piccola impresa artigiana. Il titolare le dice stamani, quando è appena arrivata, di appoggiarsi ad una banca diversa per le ultime ordinazioni dei pezzi di ricambio, e lei lo fa, senza preoccuparsi di altro. Certe volte rimane fino a tardi per adempiere a tutti i suoi impegni lavorativi, ma generalmente riesce a rispettare l’orario previsto dal suo contratto. Oggi per esempio esce all’ora di sempre, così mette a posto gli ultimi registri delle fatture e poi indossa il soprabito, saluta il titolare con un gesto e qualche semplice parola, e poi esce, percorrendo a piedi tutta la breve stradina in fondo alla quale si apre la carrozzeria. All’angolo seguente sulla via principale incontra lui, che subito le sorride, mentre sta tranquillamente parlando con un suo conoscente.
L’altro va via all’avvicinarsi di Anna, e lei allora si sofferma: come va, le chiede subito Andrea. Lei gli sorride a sua volta: tutto bene risponde, soltanto, là dentro, si sente un pochino la tua mancanza. Ti accompagno, fa lui. No, dice Anna: non vorrei che qualcuno ci notasse proprio in questi paraggi. Va bene, fa lui, comunque sono passato da qui soltanto per farti un saluto. Lo so, dice lei, immagino vadano bene le cose col tuo nuovo lavoro. Abbastanza, fa lui, anche se qualcosa mi manca. Ciao, dice lei, ora devo andarmene. Lo capisco, fa lui. Così si stringono la mano per un momento, si lasciano un sorriso malinconico e poi basta, ognuno per la sua strada.
A lei dispiace essere stata un po’ fredda e forse anche parecchio frettolosa, ma non vorrebbe con il suo comportamento dargli qualche speranza. In fondo è stato poco più che un gioco tra loro, e in ogni caso non è successo niente e niente potrà mai succedere. Adesso invece si sente preoccupata per suo marito, che da qualche giorno avverte un dolore in merito al quale il medico ha prescritto degli accertamenti urgenti che tengono tutto in una situazione come sospesa. Corrado peraltro sembra non ne voglia neppure parlare, e si mette lì, rannicchiato in un angolo, come un animale ferito, e non dice niente, neppure qualcosa sui primi risultati delle analisi che sta facendo. Loro figlio poi, sempre più evanescente, sembra neppure ci sia, anche se quando è dentro casa continua a stare sempre sui libri, quasi disinteressandosi di tutto il resto.
Anna rientra nell’appartamento ed avverte subito come una cappa di grave tensione, con le finestre tutte oscurate dalle tendine, ed un silenzio interno quasi opprimente. Non importa, pensa lei, tutte le cose sono destinate a passare, a scorrere per forza di cose verso giornate migliori: suo marito guarirà anche dal suo evidente sconforto, suo figlio troverà la maniera di essere maggiormente socievole e anche di sorridere, e lei si sentirà una di queste volte più sollevata, capace di essere ancora contenta di quella vita che in fondo si è scelta.

Bruno Magnolfi